Servizio pubblico, così lo immaginano Augias, Baudo, Boncompagni, Giudici e Giletti

(nostro servizio) – Siamo d’accordo, la priorità della politica in questo momento non è la Rai: c’è da salvare l’Italia, prima, e in mancanza di […]

(nostro servizio) – Siamo d’accordo, la priorità della politica in questo momento non è la Rai: c’è da salvare l’Italia, prima, e in mancanza di formulette magiche – quelle erano appannaggio del Berlusconi delle campagne elettorali permanenti  – nei prossimi mesi il nuovo governo sarà impegnato, anzi impegnatissimo, in altre faccende. E così sia.
Tuttavia delle sorti della tv di Stato se ne dovrà prima o poi parlare, la politica se ne dovrà fare carico, e con buon margine di certezza il futuro della Rai sarà uno dei temi delle campagne elettorali che di qui a qualche mese andremo a sopportare. Sul fatto che l’azienda necessiti una generale riorganizzazione sembrano essere tutti d’accordo, da chi vorrebbe rottamarla a favore della tv commerciale a chi vorrebbe fare di tutto per salvare dallo smembramento quel patrimonio di competenze umane, di cultura e di storia che rappresenta.

Prima però due conti. E’ delle settimane scorse la notizia che in cassa non ci sono più soldi, gli ultimi pare siano stati spesi per riportare Fiorello in Rai: 12 milioni di euro.
A gravare sul bilancio sono soprattutto gli stipendi che costano, ogni mese, circa 60 milioni.
Nel 2005 l’azienda non aveva debiti e vantava 102 milioni di liquidi in banca, oggi la Rai è in rosso per 150 milioni. Un crescente numero di assunzioni, l’evasione del canone ed il ritardo col quale questi soldi transitano dal ministero dell’Economia a viale Mazzini, sono tra le principali cause del “buco” anche se non si comprende perché, pur avendo a disposizione ben 11.460 dipendenti (contro i 6.285 delle reti  Mediaset), nel 2010 sia cresciuto il costo dei servizi affidati all’esterno.
Ma i conti non sono tutto. La più importante azienda culturale del Paese deve rincorrere i tempi, confrontarsi con i rapidi cambiamenti dei media e la concorrenza delle altre piattaforme, intanto, e soprattutto deve riconquistare con orgoglio e credibilità la sua funzione più importante: quella di servizio pubblico che, nonostante alcuni esempi eccellenti, rimane, ad oggi, offuscata.

Giorgio Gori, già direttore di  reti Mediaset e presidente neo dimissionato di Magnolia, nelle settimane scorse, chiamato da Matteo Renzi alla Leopolda, ha fatto la sua proposta. Somiglia ad una rottamazione con “incentivo”. In breve: vorrebbe finanziare 8 dei 15 canali Rai esclusivamente col canone mentre per gli altri 7, tra i quali ci sarebbero Rai 1 e Rai 2, il finanziamento arriverebbe esclusivamente dalla pubblicità.

Il passo successivo sarebbe la loro privatizzazione mentre la tv di stato sarebbe gestita  da un comitato strategico nominato dal Presidente della Repubblica e che a sua volta nomina i membri del comitato esecutivo, composto da manager, e dall’ad. Funziona così alla BBC. L’obiettivo? «tenere i partiti politici fuori dalla gestione della televisione pubblica».
Abbiamo chiesto ad alcuni nomi celebri della tv il loro parere. Una domanda dalla risposta sintetica, come immaginano il futuro della tv di Stato?

Corrado Augias immagina “il futuro del servizio pubblico liberato dalla morsa dei partiti politici. Immagino un servizio pubblico libero”.

Per Pippo Baudo il servizio pubblico innanzitutto non deve perdere di vista la sua missione. “Il futuro lo immagino roseo, nonostante ci sia un atteggiamento quasi negativo, e tanti dicono che il servizio pubblico sia infattibile. Deve ovviamente cambiare. Cambiare strategia, cambiare funzione ma senza dimenticare di essere – appunto – servizio pubblico.

Una tv è utile, è colta, è popolare, educativa se può interessare tutti. E’ inutile proporre spettacoli elitari e rivolgersi a poche centinaia di persone, così diventa servizio a domicilio”.

 

Massimo Giletti pone l’accento su problemi organizzativi: “Credo che debba cominciare a produrre internamente, questa è l’unica strada. Io sono uno dei pochi, rari, prodotti aziendali interni Rai degli ultimi anni e credo che bisogna continuare a produrre all’interno dell’azienda”.

Marco Giudici, vice direttore di Rai Due afferma: “Il servizio pubblico lo immagino sempre centrale e non residuale nel panorama della comunicazione televisiva. Più selettivo nella scelta dei contenuti da proporre al pubblico, ma non per questo meno competitivo o meno attento all’audience dei grandi numeri. Riguardo a chi è investito delle competenze e della responsabilità di realizzarlo, il servizio pubblico radiotelevisivo, auspico innanzitutto, forse banalmente, un “crederci di più” da parte di tutti, aziendalmente parlando. La Rai sarebbe più forte se avesse più coscienza di sé, e maggiore solidarietà, anche operativa, al proprio interno“.

 

Gianni Boncompagni non ha dubbi, è il più drastico: “Cosa farei per risollevare le sorti della Rai? Cambierei tutti i dirigenti e li sostituirei con bambini di 9-10 anni”. Renzi docet.

(Testimonianze raccolte da Virginia Zullo)

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