Basaglia, la fiction. Quando il servizio pubblico fa bene il proprio mestiere

Signore e signori domenica e lunedì “i matti” sono stati i protagonisti della prima serata di Raiuno. Parliamo di “C’era una volta la città dei […]

Signore e signori domenica e lunedì “i matti” sono stati i protagonisti della prima serata di Raiuno. Parliamo di “C’era una volta la città dei matti”, mini serie in due puntate prodotta da Rai Fiction e Claudia Mori. Il servizio pubblico ha raccontato la malattia psichiatrica attraverso la rivoluzionaria figura di Franco Basaglia, neurologo a cui si deve la legge che ha portato alla chiusura dei manicomi (L.180/78). Questa legge e il lavoro di Basaglia negli anni, hanno trasformato il concetto di malattia mentale, ridando dignità al malato come persona, come essere umano.

La regia di Marco Turco (anche responsabile del soggetto e della sceneggiatura con Alessandro Sermoneta, Katja Kolja e Elena Bucaccio) e l’intensa recitazione dei protagonisti hanno saputo narrare questa vicenda così complessa e comunque drammaticamente sempre attuale. I dieci minuti  iniziali sono stati un pugno nello stomaco per i telespettatori di RaiUno, abituati a miniserie su papi, santi e santini: la fiction non si risparmia nulla delle miserie umane che nei primi anni Settanta si vivevano nei manicomi, non risparmia l’ignoranza diffusa, non risparmia i trattamenti coercitivi e distruttivi, dall’isolamento, alle percosse, all’elettroshock. In dieci minuti si entra totalmente in un altro mondo. Quel mondo fa male. Come è giusto che sia.

Come pochi prodotti televisivi sanno fare, il livello di questa fiction è cinematografico, il riso e il pianto si fondono nella complessità della storia che è complessità dell’animo umano. Basaglia, interpretato da uno straordinario Fabrizio Gifuni, non viene dipinto come un eroe assoluto: il telespettatore è sollecitato a porsi continuamente domande. Per quanto il manicomio fosse annichilente, la fiction apre anche a degli interrogativi –a cui non dà una risposta assoluta- sulla concreta possibilità di estendere il modello triestino a tutta la Penisola per esempio. Le storie personali dei malati si risolvono e, non sempre con esiti felici: è una fiction che racconta anche il senso della sconfitta. “Non tutti ce la fanno, ma ognuno fa ciò che gli è possibile fare”: questo probabilmente il messaggio più intenso raccontato in due puntate, di cui la prima è più incisiva della seconda.

Al servizio pubblico che ringraziamo per aver trasmesso un prodotto così difficile non si possono non fare però due appunti: nella prima puntata i break pubblicitari hanno fatto irruzione come un machete sulla fiction, nella seconda i titoli di coda sono stati tagliati dopo i primi dieci nomi, ultimo ma non ultimo: non era forse il caso di affiancare ad un tema così delicato e sempre aperto uno spazio d’approfondimento?
Gli ascolti hanno fatto registrare una media di 5 milioni e mezzo di telespettatori per uno share del 21,10%. Niente male contro le corazzate Amici e Grande Fratello. (Erika Brenna)

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