“Tinariwen”, a Roma lunedì nell’unica tappa italiana del tour

La musica non va in ferie. Lunedì, ore 21, la cavea dell’Auditorium Parco della Musica sarà contagiata dalla musica senza confini dei “Tinariwen“, dal loro […]

La musica non va in ferie. Lunedì, ore 21, la cavea dell’Auditorium Parco della Musica sarà contagiata dalla musica senza confini dei “Tinariwen“, dal loro blues-rock, tra folklore tuareg e sonorità della tradizione occidentale.

I Tinariwen provengono dal deserto, il nome che Ibrahim Ag Alhabib e i suoi compagni hanno scelto significa appunto “deserti” nella lingua dei Tamashek, la popolazione nomade berbera del Sahara che vive nel nord-est del Mali. Ibrahim Ag Alhabib è l’anima del gruppo. Il capo carismatico.

Nella sua vita, tra i pochi motivi di conforto – ammette – c’è stata la musica, la grande passione: le melodie tradizionali degli “uomini liberi” del deserto e il blues di Ali Farka Touré; il raï ascoltato nelle taverne algerine di Orano e il chaabi marocchino, ma anche il rock e il pop occidentale di Boney M. e Kenny Rodgers. Musica che il “ragazzo raggamuffin”, il suo nome di battaglia, riproduceva con una chitarra che si è costruito da sé. È proprio con questa chitarra che, nella prima versione dei Tinariwen, si è esibito in concerti improvvisati negli accampamenti dei profughi Tamashek tra gli anni Settanta e Ottanta assieme ad Alhassane Ag Touhami, noto come il “leone del deserto”, e Inteyeden Ag Ableine, altri due esiliati suoi compatrioti. L’incontro con le chitarre vere – acustiche ed elettriche – è avvenuto pochi anni dopo in Libia, nei campi dove il colonnello Gheddafi addestrava i combattenti dei movimenti di liberazione di mezza Africa. È in questo periodo, coltivando sogni di libertà, autonomia e modernità, che la “famiglia Tinariwen” si è allargata a Kheddou, Mohammed Ag Itlale, detto il Giapponese, e Abdallah Ag Alhousseyni, meglio noto come Catastrofe, altri tre profughi Tamashek. Ben presto Ibrahim e gli altri si sono trasformati nei soldati-musicisti del Movimento popolare dell’Azawad, che perorava l’emancipazione delle regioni del Sahara. Una curiosità: a fornire gli strumenti e uno spazio dove provare è stato il leader capo dell’MPA, Iyad Ag Ghali. La ragione è semplice. In assenza di giornali, radio e tv, l’insolito e profondo etno-rock’n’roll del collettivo, diffuso attraverso audio cassette di fortuna, poteva costituire lo strumento ideale per fare da cassa di risonanza alla causa dei Tamashek e alle storie intrise di speranza, passione, dolore e nostalgia di tanti tuareg esiliati. Anni Novanta. I Tinariwen si sono trovati in prima linea durante la seconda ribellione tuareg, a Menaka, un avamposto dell’esercito maliano vicino alla frontiera con il Niger.

La leggenda vuole che alcuni di loro siano andati all’attacco col kalashnikov in mano e una Fender Stratocaster legata sulla schiena. Qualche anno più tardi, nel 1996, il cessate il fuoco ha messo fine alla rivolta armata e ai ciclici, nonché sanguinosi combattimenti mordi e fuggi. A quel punto qualcuno ha deciso di scegliere una vita normale, all’insegna della integrazione con il governo di Bamako, altri, come Ibrahim e Alhassane, hanno optato per la vita da musicisti resistenti a tempo pieno, con le chitarre elettriche a contraddistinguere il loro sound. Il resto è storia recente. Un primo, breve tour francese nel 1999; la partecipazione al Festival del Deserto tra le dune di Essakane in Mali che li ha imposti a livello internazionale all’inizio del nuovo secolo, il debutto su cd con Radio Tisdas; l’acclamato seguito Amassakoul; il tour in America e in Europa; l’album “Aman Iman” del 2007 e l’ultimo “Imidiwan: Companions” del 2009 premiato con l’ Uncut Music Award.

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