Sanremo celebra Cutugno, ma è Vasco “l’italiano vero”

Domani Toto Cutugno sul palco dell’Ariston canterà L’Italiano, dopo 30 anni

Volete a Sanremo 2013 una quota di “nazional populismo”? Eccovela negli acuti di Albano, nei gorgheggi dei Ricchi e Poveri e nella celebrazione de L’Italiano di Toto Cutugno, che domani festeggerà all’Ariston i trent’anni della canzone. “L’italiano vero”, però, quello che nel 1983 aveva vent’anni e che oggi festeggia il suo primo mezzo secolo, allora, trent’anni fa, scelse la “Vita spericolata” di Vasco Rossi. Vasco che in gara arrivò penultimo, ma che esplose nel cielo col successo che sappiamo.  Fu lui che per la prima, e forse l’ultima volta, portò al festival dei fiori l’irrequietezza della generazione anni ’80. La generazione del “disimpegno”, quella falsamente dipinta come leggera, nata troppo tardi per fare il ’68 e troppo presto per trovare in Rete la possibilità di creare un proprio linguaggio. La generazione che s’inventò le discoteche pur di non cedere alle proprie paure. Fabio Fazio, che a quella generazione appartiene, si ricorderà di rendere il giusto omaggio a Vasco?

L’Italiano, certo, è una delle canzoni  più note d’ogni tempo, ne esiste una versione in ogni lingua, persino in finlandese e in portoghese per non contare le versioni strumentali, i rifacimenti, a volte anche indovinati, come quello di Simone Cristicchi (anno 2007 l’album era Dall’altra parte del cancello), e poi le infinite citazioni cinematografiche. L’Italiano nato sul palco del Festival di Sanremo del 1983 compie trent’anni ed anche il festival “colto” di Fabio Fazio, quello che cercando formule altre prova a scrostarsi di dosso la veste di una rabberciata tradizione, si sente in dovere di recuperare la canzone e la celebra nella prima serata della rassegna. Perchè la fiction sanremese non può fare a meno della propria storia, nè dell’autocelebrazione perpetua, non può fare a meno di ritrovarsi sempre e stancamente eguale a  se stessa, divisa com’è tra un Don Matteo benedicente e un Benigni giullare a metà.  E allora ben tornato a Toto Cutugno, che riempirà lo schermo eseguendo il brano nientemeno che col coro dell’Armata Rossa: 43 elementi (e tre sono generali) che il cantante assicura, pagherà di tasca propria.

A rinforzare la dose di nazional popolarità, nei giorni a venire ritroveremo sul palco anche Albano e i Ricchi e Poveri, per la Oxa dal dente avvelenato è un modo di non perdere i diritti tv della Russia (dove godono di grande popolarità), per i meno nervosi sarebbe la maniera di Fazio per farsi apprezzare anche dal pubblico attempato di Rai1.

Ma davvero L’Italiano è una canzone da festeggiare? La querelle è datata, la canzone con quel suo elenco di pregi, difetti e profumi italici, all’estero ha goduto di una fama straordinaria ed è stata usata per raccontare gli italiani attraverso i più insopportabili luoghi comuni, una sorta di nuovo inno nazionale che in Italia è stato però rinnegato. E dopo averla lungamente bistrattata, oggi la canzone di Cutugno fa persino tenerezza. Con affetto sincero pensiamo a quel “Partigiano come presidente“, e in tempo di campionato spezzatino ci manca da morire la “partita la domenica in tv” e ci piace anche “L’Italia che non si spaventa“. Ma  vorremmo che fosse ancora questa la canzone che ci rappresentasse nel mondo per i prossimi trent’anni?

L’individualismo rivoltoso di “Vita spericolata“, ci racconta meglio, d’altronde da tempo siamo gente che non s’incontra più “ognuno a rincorrere i suoi guai, ognuno col suo viaggio, ognuno diverso, ognuno in fondo perso dietro i fatti suoi“… (a.d)

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