Roger Waters compie gli anni cantando The Wall

In occasione del settantesimo compleanno di Roger Waters, ecco una retrospettiva su uno degli album più celebri e discussi dei Pink Floyd: The Wall

Lo scorso 6 settembre Roger Waters, icona della storia del Rock e menestrello senza età, ha festeggiato il suo settantesimo compleanno nel bel mezzo di un tour -presumibilmente l’ultimo della sua quasi cinquantennale carriera- che in due anni ha toccato gran parte dell’Europa, approdando anche in Italia (memorabile il concerto del 28 luglio a Roma). Tema conduttore della meravigliosa serie di concerti è stato The Wall, concept album del 1979 che rappresenta uno dei massimi vertici raggiunti dalla carriera dei Pink Floyd e, nel contempo, il testamento spirituale di Waters.

Negli anni molto si è scritto su The Wall e altrettanto si è detto, ragion per cui operare una sintesi efficace non è impresa semplice.

The Wall è anzitutto un’opera sull’alienazione che racconta, attraverso la penna di Roger Waters, la storia di un artista che a causa delle avversità della vita innalza un muro tra sè e il mondo che lo circonda giungendo infine, attraverso un cammino votato al martirio, a calpestare la sottile linea di demarcazione posta a fare da spartiacque tra la ragione e la follia. Ma ad un passo dal baratro, presa coscienza della propria solitudine, egli intraprende un percorso di autoanalisi che lo spingerà ad abbattere il muro e ad esporsi, nudo e indifeso, al giudizio dei propri simili. La tragedia di Pink -questo il nome del protagonista- si pone come sintesi simbolica tra l’esperienza personale dello stesso Waters e il dramma di Syd Barrett, membro fondatore dei Pink Floyd e vittima illustre del fantasma della pazzia.

Musicalmente, il disco può essere considerato come il punto di equilibrio assoluto del secondo periodo floydiano: al manierismo di Dark Side of the Moon si accompagna infatti un processo di semplificazione strutturale che conduce alla stesura di canzoni essenziali e d’impatto; l’astrattismo filosofico lascia spazio alla concretezza delle esperienze di vita, l’alienazione non è più solo tratteggiata ma diviene esplicita. Le suite progressivo-psichedeliche di Ummagumma (1969), Atom Earth Mother (1970) e Wish You Were Here (1975) vengono disossate e trasfigurate attraverso il metro della forma-canzone. In costante equilibrio tra un’anima dolce e straziante (Nobody home) e una ruvida ed incisiva (One of my turns), The Wall scorre come un fiume il cui incedere talvolta calmo, talvolta tumultuoso, si snoda per un percorso lungo 81 minuti e lega tra loro in modo indissolubile i due dischi da cui l’opera è composta.

The Wall rappresenta di fatto un esperienza tout-court, ancor prima che musicale: per questo motivo ogni sua trasposizione sul palco costituisce in sè un’esperienza nell’esperienza, raccogliendo e assimilando molte delle istanze proprie del teatro. Nella mente di Waters, dopotutto, The Wall è sempre stato questo: uno spezzato di vita, la voce di un disagio che, per essere compreso, va prima vissuto attraverso il racconto.

Penso che la maggior parte delle canzoni che ho scritto pongono domande simili: “Potete liberarvi abbastanza per essere in grado di provare la realtà della vita, come un qualcosa di perfetto che va avanti da prima di voi e con voi – e come ognuno di noi va avanti come parte di essa – o no?” Perché se non si riesce ci si posiziona su una piazza. In piedi da soli, fino a quando si muore. Ed è quello di cui le canzoni parlano. Tutte le canzoni mi incoraggiano a non accettare un ruolo da protagonista “in una gabbia”, le nostre vite chiuse e piene di futilità, ma di continuare a chiedere a me stesso di persistere nel fare provini anche solo per un ruolo marginale, ma che sia “parte della guerra”, che è la vita, perché è lì che voglio essere. Voglio essere nella trincea della vita. Io non voglio essere al quartier generale, io non voglio essere seduto in un albergo da qualche parte a guardare il mondo che cambia, voglio cambiarlo io. Voglio essere impegnato. Probabilmente, in un modo che mio padre forse approverebbe. – Roger Waters

(St.S.)

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