Mick Jagger, i Superheavy ed il “buon pasticcio” (album)

All’età in cui l’uomo normale si iscrive alla bocciofila c’è chi forma un gruppo musicale all star, lo riunisce a scrivere canzoni tutte nuove e […]

All’età in cui l’uomo normale si iscrive alla bocciofila c’è chi forma un gruppo musicale all star, lo riunisce a scrivere canzoni tutte nuove e realizza un album eclettico, che il 19 di questo mese esce sul mercato e che, comunque vada, diventa il fenomeno discografico dell’anno. D’altronde non si è Mick Jagger per caso. E non per caso si è cantato per mezzo secolo nella band più famosa al mondo, in un perenne turbinio di donne, flash e adulazione.

La storia dei Superheavy, pesi massimi della musica che con questo nome rendono omaggio ad un altro peso super, Muhammad Alì, nasce in Giamaica dall’incontro tra due vicini di casa (vicini di villa per la precisione): Jagger e Dave Stewart, ex componente degli Eurythmics. L’idea di Stewart, pare che che sia stata un’ispirazione notturna, qualcosa a metà tra il sogno lucido e un confuso stato di veglia, mescolare i generi per dare vita ad un nuovo tipo di lavoro. Ne parla così al suo vicino, che trova l’idea buona, pensano di reclutare artisti di stili diversi e dare il via ad una sperimentazione nella quale ciascuno portasse la sua esperienza, un “dare e prendere” per usare le parole dello stesso Jagger.
Arrivano così tre nomi famosi a dare peso ulteriore al gruppo: Damian Marley artista reggae, il figlio più giovane di Bob Marley, Joss Stone, cantante soul britannico da un quarto di secolo, per lui innumerevoli dischi di platino, e A. R. Rahman, famoso compositore indiano vincitore di due Oscar per la colonna sonora di The Millionaire. Signori e signore, ecco i Superheavy.

Senza alcun materiale pronto, i cinque si rinchiudono per 10 giorni in uno studio di Los Angeles; l’intenzione è non riscaldare minestre né dare vita a una grande jam session; passano altri dieci giorni e il prodotto c’è, il titolo è Superheavy, la pubblicazione è affidata a A & M (Universal).

Nelle settimane scorse esce il video del nuovo singolo Miracle Worker, Jagger sfoggia un esaltante abitino rosa cantando su uno spasmodico ritmo reggae. E’ giovanissimo il leader carismatico dei Superheavy, che ammette un incontro con il reggae di Marley datato ormai agli anni ’70 ma anche una passione per la musica indiana ed i temi religiosi, l’apporto di Rahman. “Da giovane ero interessato a musica indiana perché era legata alla droga. Ti portava in uno stato di trance. Ora vado in viaggio in India un paio di volte l’anno. Mi dispiace di non aver imparato a cantare nel tradizionale modo indù, è un buon gioco di società per intrattenere le persone“.


Nell’album Jagger riveste il ruolo di leader democratico dividendo il microfono con altri tre vocalist  (Stone, Marley e Rahman), ma la leadership carismatica non è in discussione, ammette che d’aver voluto creare qualcosa e ne è uscito “un album senza paragoni. Non ho sentito niente di simile.”

E gli Stones cosa pensano di questa nuova avventura musicale? L’artista londinese assicura che Ronnie Wood e Charlie Watts ne sono stati felici, mentre Keith Richards non avrebbe commentato in alcun modo. Ma è nota la difficoltà (e dire difficoltà è un eufemismo) di rapporti tra i due.

Nota finale. L’avventura dei Superheavy dovrebbe esaurirsi con questo lavoro, né ci saranno tour, Jagger ha precisato a proposito che tutti loro “hanno altro da fare”.

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