Il rock muore? Colpa nostra

Negli ultimi tempi si fa un gran parlare di una possibile fine del mondo e di altre cose apocalittiche di questo genere. Che siano vere […]

Negli ultimi tempi si fa un gran parlare di una possibile fine del mondo e di altre cose apocalittiche di questo genere. Che siano vere o false, ci auguriamo tutti di no, non ne escludono altre che sono purtroppo inevitabili, ovvero, la fine di un piccolo mondo che fa parte della nostra cultura. La musica. Pochi mesi fa ne abbiamo avuta un triste avvisaglia: Michael Jackson ha pensato che era giunto l’ultimo minuto di una vita di eccessi o presunti tali e si è spento. Ora, la domanda sorge spontanea: dietro di lui, in seconda fila, nelle retrovie del POP, chi lo può sostituire, o può ambire a tanto? E, non si voglia fare i gufi, se una bella mattina dovessero spegnersi anche le fiamme di AC/DC, o Rolling Stones o Madonna o magari si dovesse vedere anche soltanto un Bono Vox coi capelli bianchi che canta “Elevation” seduto sul palco, in forma “unplugged” in un teatro. Paliamoci chiaro: chi si va a vedere allo stadio? Di chi si compra il disco, se da anni in troppi si occupano solo di produrre una (una sola) canzone che faccia da tormentone in radio e sia costretta a trainare un album che troppo spesso fa letteralmente schifo specie pensando ai precedenti? Lo sgomento e l’imbarazzo regnano sovrani. Di chi è la colpa, di Internet? Forse. Di sicuro, chi è senza peccato scagli la prima pietra, dai tempi di “Napster” e poi “Win MX” ed ancora i caro vecchio “mulo” (E-Mule) permettono a chi ha il potere finale, ovvero il cittadino, di ovviare allo schifo scaricando l’unico brano che spesso merita un minimo di seguito “a gratis”, per poi dimenticarselo un mese (ma che, una settimana) dopo. Allora, la colpa è degli artisti, che sono arrivati a fare canzoni citando e ri – citando nel testo loro stesse marche di abbigliamento come molti rappers e la ex “No DubtGwen Stefani? Pensare che addirittura, anni fa, qualcuno aveva pensato alla possibilità di aggiungere uno spot di pochi secondi tra una traccia e l’altra del CD, si può immaginare? Oppure la colpa è delle majors, che si occupano solo di fondersi per raschiare più soldi possibili durante tour infiniti? Il problema vero è che i probabili colpevoli sono i consumatori, che da un lato sono stufi di spendere 30 mila lire (il secolo scorso) o 20, 25 euro (oggi),per un disco che si rivela osceno. Dall’altro, gli stessi acquirenti non sono innamorati, o lo sono meno di prima, della musica come oggetto di culto. Ormai nessuno investe nelle retrovie, siamo agganciati con le unghie e coi denti ai miti dell’olimpo della musica ancora in vita, ma prima o poi, un bimbo nato nel 2009, potrebbe vedere solo nei libri le bocche di Steven Tyler degli Aerosmith o Bruce Spingsteen in concerto, è inevitabile. Il piccolo mondo della cultura della musica, perchè di questo si parla, perisce di fronte alla rapidità ed alla scarsa affezione delle generazioni dell’I – pod. (Davide Rabaioli)

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