Amy Winehouse, una difesa d’ufficio

Prima i fischi, quindi la cancellazione delle tappe del tour estivo. La parabola di Amy Winehouse non scandalizza, fa tristezza. La musica rischia di perdere […]

Prima i fischi, quindi la cancellazione delle tappe del tour estivo. La parabola di Amy Winehouse non scandalizza, fa tristezza. La musica rischia di perdere una grande voce, una giovane donna (28 anni) di finire nel ghetto.

 

Non ci scandalizza Amy che a Belgrado sale sul palco barcollante, troppo ubriaca per cantare, troppo “persa” per ricordarsi le parole delle canzoni. La storia è piena zeppa di grandi talenti bruciati dal male di vivere, o dal vizio – che è poi la stessa cosa – perché si storca il naso davanti all’ennesimo fallo da rigore della cantante inglese. Nuovo nome per una storia piena zeppa di geni morti giovani e di esistenze annichilite dall’eccesso. L’eccesso: che per lunghi periodi è stato persino visto con compiacenza, “si droga?” fa parte del personaggio, né più né meno del look stravagante.  “Beve come una spugna? Lo fa solo per darsi coraggio”,  l’arena è piena di leoni, e il pubblico sa come essere impietoso. Quel pubblico pagante al quale bisogna dare soddisfazione: è la prima regola dello spettacolo, da sempre, e non darsi alla platea è solo una forma di disprezzo. Ma prima ancora del pubblico c’è il business da alimentare, è questo che ti conferisce il bollo dell’artista, è il business che ti regala le vetrine e ti trasforma in personaggio. Sei artista? Allora devi produrre, denaro. E hai l’obbligo di mantenerti  all’altezza della situazione.

Quanto poi costi tutto questo in termini di pressione, non è facile dirlo.  Quando a Norman Mailer chiesero di commentare il suicidio di Marilyn Monroe, lo scrittore della beat generation fu illuminante: “Per sopravvivere avrebbe dovuto essere più cinicadisse –  o almeno, essere più vicina alla realtà. Invece è stata un poeta di strada che cercava di recitare le sue poesie ad una folla che le aveva strappato i vestiti “.

Ma Amy non è Marilyn, non è bellissima, non è  “morbida” come lei, non è un mito e  non è neppure simpatica. Le auguriamo un destino diverso, anche se con la cancellazione del tour, si sta giocando il futuro.

Amy Winehouse at Eurockéennes de Belfort (Festival Eurockéennes) ; Photo V. Gable

Chiaramente la cantante non riesce a superare il suo problema, nonostante una recente riabilitazione. La sua debolezza viene sempre più percepita come un atteggiamento disinvolto e dopo la caduta di Belgrado anche i fan sono meno indulgenti,  oggi è la sua condotta a fare notizia non la cantante, insomma, Amy è stata superata dalla sua stessa immagine.
Una parte che non è più sostenibile, tanto più che la tigre della provocazione, quella che Amy ha cavalcato sin dagli inizi e che Madonna ha domato in maniera esemplare per 30 anni, trova cavallerizze ben più corazzate, come Lady Gaga, che la lezione manageriale della signora Ciccone l’ha appresa e fatta sua benissimo. Sull’altra sponda del fiume quelle che potrebbero chiamarsi le anti-Amy Winehouse, come Adele: ragazza “semplice”, musica “semplice”, valori condivisibili, talento discreto.
Già, il talento. Fin da quando il grande pubblico l’ha conosciuta, nel 2003, Amy Winehouse ha dimostrato di poterne vendere. Ha una voce eccezionale che tanti critici non esitano a paragonare a quella di Ella Fitzgerald ed un repertorio che combinando soul, jazz e blues esalta nella maniera migliore le sue capacità.
Come il rimbalzare unico della sua voce tra gli alti e i bassi, tra il cristallo e il velluto blues. Senza sforzi.
I suoi sostenitori hanno nomi importanti Prince, George Michael, Usher, e tra i suoi fan c’è una lunga schiera di nomi famosi. Amy resta, malgrado tutto, una delle maggiori cantanti di questo tempo e se tornasse con un album convincente potrebbe riprendersi il posto che merita, e magari sbaragliare la concorrenza una volta per tutte.  (AD)

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