Turner: il pittore della luce per illuminare Cannes

Il film Mr.Turner di Mike Leigh, ha aperto ufficialmente il concorso di questa 67/ma edizione del Festival di Cannes

La critica si è divisa sullo sguardo che Leigh, già due volte Palma d’Oro a Cannes, ha dedicato a Turner. Il mito della pittura anglosassone, ritratto di un uomo scorbutico e dal carattere impossibile, interpretato dall’attore feticcio del regista, Timothy Spall.  E così accanto a commenti entusiastici troviamo le reazioni tiepide della proiezione stampa. La realtà è che i miti dell’arte sono materia delicata, dove ciascuno costruisce il proprio personaggio e, l’ambiente, e l’idea stessa dell’artista del quale oggi, a distanza quasi secoli, non siamo forse più in grado di cogliere la straordinaria carica innovatrice.  Lodatissima la ricostruzione di un’Inghilterra ottocentesca densa di suggestioni dickensiane dove le stesse immagini di Turner entrano appieno nella gestione di alcune scene, 800px-Rain_Steam_and_Speed_the_Great_Western_Railwaynate come sono a partire da una serie di acquerelli dell’artista. Il tutto a restituire un ritratto che, al di là di quello che suggerirà la critica, aspettiamo con ansia di poter vedere al cinema. Per devozione verso il grande Leigh, intanto, e anche verso Turner che nell’immaginario di questo paese, è solo il pittore dei mari in tempesta e delle tradizioni marinare della Gran Bretagna – già in epoca vittoriana chiamata confrontarsi con un orizzonte di nuvole scure -. Nuvole e mari, la materia che perde consistenza e forma dissolvendosi verso l’astrazione a tutto favore della luce, espressione di una natura tanto sublime quanto violenta nella quale è immerso l’uomo, o dalla quale è sommerso. La lama di luce del sole come guida, il dolore e l’istinto viscerale riversati sulla tela, che ci allontanano tanto dalla certe cervellotiche interpretazioni della contemporaneità. In una clip realizzata per la Tate Britain (in basso), Leigh spiegava d’aver inteso esplorare l’ uomo, la sua vita professionale, le sue relazioni e il modo in cui ha vissuto ma soprattutto “quello che mi affascina di più è il dramma che si sente nella tensione tra questa eccentricità e l’universo epico, senza tempo, che egli ha evocato nei suoi capolavori“.

William Turner (1775-1851), accademico a 26 anni, professore di prospettiva a 32, è al suo apice, frequenta l’alta società, è indifferente e alla moglie e alle figlie – che tratta alquanto male – intrattiene rapporti caustici coi colleghi e si “serve” delle prestazioni di una domestica per soddisfare certi bisogni. Nel film lo seguiamo nel suo quotidiano durante i suoi ultimi 25 anni, fino al suo ultimo respiro. Mike Leigh ha costellato il racconto di tanti episodi, di dettagli assolutamente illuminanti, attingendo alle fonti storiche disponibili, come quella testimonianza di Charles Hutton Lear, un artista che aveva incontrato Turner nel 1847, pochi anni prima della sua morte. E’ da lui che apprendiamo dei muri scrostati della casa di Turner, delle finestre polverose, del disordine, di un gatto domestico malaticcio, dei secchi lasciati sotto il tetto di vetro che perde copiosamente, e dei dipinti abbandonati. Non meno di trecento e circa 19.000 disegni, risulterà nell’inventario redatto dopo la morte. Tutto vero anche quando vediamo Turner ingelosirsi della nascente fotografia nello studio di un dagherrotipista o quando stupisce il suo rivale, Constable, aggiungendo un tocco di rosso al centro di una marina, appena prima dell’apertura di una fiera annuale. Alle cronache anche l’episodio in cui Turner viene legato alla coffa di una nave per dipingere Bufera di neve (1842). Il ritratto fisico del Turner di Leigh è invece in gran parte basato sulle caricature fattegli dal celebre illustratore Richard Doyle che rimanda l’immagine di un ex dandy invecchiato male: goffo, ruvido, burbero, con la faccia rossa e un naso prominente.

 

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