Recensione The Grand Budapest Hotel il nuovo film di Wes Anderson

Recensione dell’ultimo film di Wes Anderson Grand Budapest Hotel, orso d’argento al festival di Berlino e nelle sale italiane dal 10 aprile, una commedia irresistibile che omaggia il cinema di Lubitsch e strizza l’occhio a quello di Hitchcock

Wes Anderson è tornato e il mondo è un posto migliore. Il suo Grand Budapest Hotel, ottavo film in carriera, è la riconferma di un grande artista, di un talento visionario senza pari e di un sognatore senza confini. Vincitore all’ultimo festival del cinema di Berlino delll’Orso d’Argento, gran premio della giuria, il film è arrivato in sala dal 10 aprile e si è subito piazzato tra i film migliori di questo 2014.

 La trama. Grand Budapest Hotel si svolge intorno al 1932 e racconta la singolare amicizia tra un garzoncello di origini misteriose ma presumibilmente del nord Africa, Zero Moustafa, e il concierge dell’hotel, Monsieur Gustave (Ralph Fiennes), un uomo colto, raffinato, di grande classe con una passione irrefrenabile per le donne anziane, sua clienti. Proprio una di esse (Tilda Swinton) muore in circostanze sospette, lasciando in eredità un importante quadro a Gustave, suo amato e fedele servitore. La famiglia della donna accusa Gustave di essere stato lui a ucciderla e lo fa arrestare. L’uomo cercherà di fuggire dalla galera, grazie all’aiuto di alcuni compagni di cella (Harvey Keitel), per ritrovare l’unico testimone oculare della morte (Mathieu Amalric) e salvarsi al contempo dai tentativi di omicidi messi in piedi dai famigliari (Willem Dafoe e Adrian Brody). Il tutto mentre l’Europa è alle prese con una guerra.

Anderson non delude mai. La sua nuova fatica è una commedia dal ritmo sostenuto, chiaramente omaggio alla skrewball comedy anni 30-40 come alla commedia sofisticata di un genio della risata come Ernst Lubitsch. Ma è anche uno dei film di Anderson più “violenti” per modo di dire e vicino al genere thriller, strizzando così l’occhio a un maestro della suspence come Alfred Hitchcock. Alcuni passaggi come la sciata in stop motion o l’inquietante inseguimento nel museo ricordano lo stile e la classe del regista inglese.

E chiaramente c’è anche molto Wes Anderson, nelle sue eterne carrellate, nelle sue inquadrature geometricamente perfette e simmetriche, nel suo passare attraverso la scenografia come fossimo davanti a un’enorme casa di bambole. Wes Anderson ha riaperto il baule dei giocattoli e ha creato una nuova storia con i suoi classici topoi: un giovane orfano in cerca di una figura protettiva, un’amore giovanile travagliato e romantico, la fuga. Il tutto immerso in un clima da favola, tra il feuilleton e il bildungsroman, con colori pastello, musiche d’antan accelerate e costumi meravigliosi. Un ottimo lavoro di tutti i suoi collaboratori, nuovi e storici, come Stockhausen, Milena Canonero, Yeoman e Alexander Desplat.

Cast di lusso in una sfilza di grandi nomi e vecchi amici di Wes Anderson. C’è un Harvey Keitel con un fisico invidiabile per i suoi 75 anni, un Willem Dafoe con aspetto draculiano, un Adrian Brody con look luciferino, una Tilda Swinton irriconoscibile (ma quando mai lo è?), un Ralph Fiennes gaio e sempre in movimento finalmente libero da Harry Potter, ed infine ci sono le belle e giovani Lèa Seydoux e Saoirse Ronan, con una voglia atipica a forma di Messico sulla guancia destra. Tutti in parte, tutti magistralmente diretti dal burattinaio Anderson. A tal proposito dai un’occhiata a come è stato realizzato l’Hotel, clicca qui per il video dietro le quinte.

The Grand Budapest Hotel è quindi la commedia dell’anno al momento (al pari con Nebraska) un film delizioso e confezionato ad arte per i propri fans ma che indubbiamente colpirà e si farà amare anche dai neofiti che magari si avvicinano al cinema andersoniano per la prima volta. Meno male che ci sono film così, con la loro grazia e diversità a illuminare le nostre giornate. Grazie Wes Anderson.

Clicca qui per la gallery fotografica di Grand Budapest Hotel.

Clicca qui per il trailer italiano.

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