Quando Greta Garbo rise: Ninotchka torna al cinema

A proposito di Befane

Magnetica, enigmatica, altera, il paradigma del fascino quando si associa al mistero: Greta Garbo, insomma. La Divina, la “sfinge svedese” torna al cinema da stasera col suo ultimo successo: Ninotchka, pellicola mitica firmata Ernst Lubitsch nel restauro della Warner Bros e la distribuzione de Il Cinema ritrovato. La ritroveremo ogni lunedì e martedì sino al 28 gennaio in 70 sale italiane, ascolteremo la sua voce roca che tanta parte ebbe nella costruzione dell’icona – dunque non doppiata dalla pur eccellenti attrici che le diedero voce per il pubblico italiano, come Tina Lattanzi e Andreina Pagnani – e la sentiremo ridere (ma in questo caso doppiata).

 

Garbo-rideQuando nel 1930, dopo una lunga serie di film che l’avevano già lanciata nel firmamento delle stelle immortali, Greta Garbo girò il suo primo film sonoro (Anna Christie, regia di Clarence Brown), la pubblicità fu esplicita “La Garbo parla!”, la prima battuta pronunciata sullo schermo passò alla storia “Dammi un whiskey” (guarda filmato), battuta poco dopo eclissata da “Voglio essere lasciata sola“, tratta da Grand Hotel (1932) una dichiarazione che incapsula perfettamente l’approccio della Garbo al mondo esterno. L’attrice evitava tutti gli orpelli della vita di Hollywood, rifiutandosi di firmare autografi, declinando le richieste d’interviste, lasciando i fan che le scrivevano senza risposta ed evitando accuratamente di presentarsi alle anteprime dei film e alle cerimonie, compresi gli Academy Awards del 1955, nonostante la promessa di un Oscar alla carriera. Ma a quel tempo la Divina s’era già ritirata da 14 anni dalla vita pubblica e, ironia della sorte, la diffidenza dei riflettori servì solo a renderla ancora più attraente per i media. Nel 1941, all’età di 36 anni, la Garbo aveva annunciato un ritiro ” temporaneo” . Sarebbe durato 49 anni, fino alla sua morte, avvenuta nel 1990 a Manhattan, in un appartamento sulla East 52nd Street dove viveva da sola, piena di costosi mobili e oggetti d’arte, come a smentire la sua educazione povera.

 

Dammi un whiskey, con ginger ale

Voglio rimanere sola

Nel 1939, quando il film di Ernst Lubitsch fu lanciato, la pubblicità questa volta non fece appello ad alcuna battuta, ma a qualcosa di più clamoroso: “Garbo laughs! La Garbo ride!”, il mito di Ninotchka era servito. La prima e unica commedia girata dalla “sfinge svedese”, la sola dove su quel volto di regale bellezza approda una risata. Storia vuole che quella risata non fosse sua. Nella sua abilità d’attrice la Garbo rise con tutto il suo corpo, si ripiegò su se stessa, dipinse la perfetta allegria sul suo volto, ma non riuscì proprio a riprodurre il suono della risata. Alla fine fu doppiata. Eppure, forse perchè Ninotchka resta il suo ultimo film di successo (il penultimo della carriera, l’ultimo, del ’41, Non tradirmi con me, fu un clamoroso insuccesso) ma delle tante eroine interpretate dalla Divina da Anna Karenina, a Margherita Gauthier alla regina Cristina, è il ruolo della spia russa che si lascia sedurre dall’aristocratico Leon (Melvyn Douglas) quello che maggiormanete si ricorda.

Ninotchka è un film entrato nel mito, per la presenza di Greta Garbo, per la perizia di Lubitsch e per un trio di sceneggiatori tra i quali spiccava un giovane di belle speranze: Billy Wilder.

In una Parigi di grandi alberghi, nobili squattrinati, champagne e aristocrazia morale tre agenti sovietici mandati da Mosca si lasciano “intrappolare” dalle seduzioni della Ville Lumiere e dalla vita occidentale. Sulle loro tracce viene inviata l’inflessibile commissario Nina Yakusciova. Anche lei cadrà, anche lei, dopo tanta rigorosa attinenza alla purezza dell’ideale socialista, cederà, ma non ai piaceri della vita occidentale, come capita a Bulianoff, Iranoff e Kopalski,  le cederà solo all’amore. Perché la Garbo è sempre la Garbo, persino quando la costringono a trovare nelle segrete dell’anima un sorriso. Sapete cosa diceva la Divina al proposito? “Chi ha un sorriso continuo sul suo volto nasconde una durezza che è quasi spaventosa“. Aveva ragione.

(a.d)

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