La vita d’Adèle, perchè non arrendersi alla noia e vedere il film per intero

Uscito in Italia nelle settimane scorse, La vita di Adele è un film controverso ma importante. Ecco la recensione di Virginia Zullo

La vita di Adele – Capitoli 1 & 2 (La Vie d’Adèle – Chapitres 1 & 2) è il film di Abdellatif Kechiche, ispirato al romanzo a fumetti Il blu è un colore caldo di Julie Maroh, che  ha vinto quest’anno la Palma d’oro al Festival di Cannes.

 

Anche questa volta si tratta di un film che tratta del tema, caro a molta cinematografia contemporanea, dell’iniziazione di un adolescente alla sessualità .

La protagonista Adèle , scopre di essere attratta da Emma con la quale avrà una lunga, coinvolgente, passionale storia d’amore. Emma, capelli dipinti di blu, pittrice, disinibita, “inizia” Adele all’amore facendole scoprire il sesso e la vita di coppia .

Il film dura quasi due ore e mezza e mette a dura prova la nostra personale soglia di voyeurismo, il regista Abdellatif Kechiche ci fa infatti entrare, spiare e  osservare  la vita  e le emozioni della diciassettenne Adele.

A tratti ci si annoia e non si comprende il motivo di tanto ossessivo voyeurismo e in molte sequenze sembra di trovarsi su un sito porno dove giovani ragazzine fanno finta di fare l’amore. Le ninfette che si trastullano a vicenda, il sesso saffico tra due giovanissime è certo una delle fantasie erotiche più diffuse e inflazionate e, se non si avesse la pazienza di attendere il finale, ci si potrebbe domandare com’è possibile che i giurati di Cannes si siano tanto appassionati ad un film che potrebbe sembrare un porno soft dove non ci sono neanche dei grossi voli di regia caratterizzanti, per esempio, il nostrano Tinto Brass che sa mescolare intuizioni di grande regia all’interno del genere erotico.

Tuttavia La vita d’ Adèle non si può incasellare in un genere, non è cinema  erotico perché ha la pretesa di indagare li dove veramente non ci sarebbe nulla di così enigmatico da scoprire dato che l’amore saffico, almeno per noi gente assennata, non ha nulla di tanto sconvolgente. Tuttavia solo il finale del film ci riscatta da quasi tre ore di estenuate vita d’Adele.

La protagonista scompare camminando in una via di Parigi, è stata lasciata dalla sua compagna con i capelli blu a causa di un banale tradimento.

Dopo aver vissuto quasi in simbiosi con Adèle per tre ore, dopo averla scrutata ed osservata, dopo essere  stati catapultati nella sua vita , ci è parso di vivere con lei, per tre ore la vita d’Adèle è stata anche la nostra, come ogni vita con i suoi tempi morti, le sue noie e i suoi momenti di sesso, amore, gioia, amicizie, creazione e lavoro.

Sul finale scopriamo l’intenzione di Abdellatif Kechiche: farci vivere nella pelle di Adele e così, quando la vediamo andar via dandoci le spalle, letteralmente ci dispiace lasciarla andare, abbandonare Adèle pare quasi l’unico peccato commesso… Ma l’amore, quello vero, non è proprio lasciare che l’altro possa essere libero di essere? Questa la questione del film .

Adele, l’adolescente che scopre il potere della sessualità, il dolore di amare, il tradimento e la forza della passione, è quell’oggetto prezioso, l’essere da forgiare e far sbocciare, un sublime sogno erotico che non vorremmo lasciare scomparire in una qualsiasi via di Parigi…

Ora comprendiamo, alla fine, quando Adele va via per la sua strada, quando non possiamo più vivere la sua vita, il motivo per cui questo film di Abdellatif Kechiche  si è meritato la Palma d’oro al Festival di Cannes 2013. (Virginia Zullo)

 

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