Kurosawa, cento anni di storia

Ricorre domani il centenario della nascita di Akira Kurosawa (1910-1998), il regista più influente della storia del Giappone, ed il più occidentale. Nel Paese del […]

Ricorre domani il centenario della nascita di Akira Kurosawa (1910-1998), il regista più influente della storia del Giappone, ed il più occidentale. Nel Paese del sol levante, celebrazioni in ombra per una brutta vicenda economica che riguarda la Kurosawa Akira Foundation (guidata da Hisao Kurosawa, figlio del regista e produttore dei suoi ultimi film) ma per i fan di tutto il mondo da maggio è on line un sito web (http://www.afc.ryukoku.ac.jp/Komon/kurosawa/index.html) promosso dalla stessa Fondazione con circa 20mila documenti tra sceneggiature, note di produzione, foto, film, storyboard e schizzi firmati dal regista. Si attende però la traduzione in altre lingue.

Intanto sono trascorsi 60 anni dall’uscita di Rashomon, quel film che nel 1951 conquistò il Leone d’oro a Venezia facendo scoprire al mondo il talento di uno sconosciuto regista nato in una ricca famiglia di lignaggio samurai.

Dopo Rashomon e grazie anche alla collaborazione con gli attori Toshiro Mifune e Takashi Shimizu, arrivarono quei successi  che influenzeranno i registi di diverse generazioni. Living (1952), I Sette Samurai (1954), Il trono di sangue (1957), La fortezza nascosta (1958), che ispirò George Lucas, e  Yojimbo (1961), che invece fu fonte ispiratrice per il Sergio Leone di “Per un pugno di dollari”.

Accusato dai critici giapponesi di essere troppo occidentale, traendo spunti dalla grade letteratura europea ( Dostoevskij, Shakespeare, Gorkij, Simenon), nel corso degli anni ’70 Kurosawa subì nel suo paese una sorta di ostracismo, è del 1970 Dodeskaden, del 1975 il suo primo film prodotto all’estero, Dersu Uzala. Quasi cieco e grazie al sostegno finanziario di George Lucas e Francis Ford Coppola, riesce a girare la monumentale opera Kagemusha (1980), e quindi Ran, nel 1985, isspirato al Re Lear di Shakespeare. Film che gli valse una nomination agli Oscar (ne aveva vinti già due nel ’52 e nel ’76), la stauina gli fu poi concessa alla carriera nel 1990. La sua attività andò ancora avanti; nel 1990 fu la volta di raccontare la pazzia con Sogni, nel 1991 la rievocazione di   Hiroshima e di Nagasaki in Rapsodia d’agosto (‘91), e quindi il suo testamento spirituale nell’ultimo film  Madadayo – Il compleanno, del 1993.

Kurosawa è stato un regista universale, capace di parlare all’uomo contemporaneo e di raccontarlo in tutta la sua complessità, con le sue ansie, le sue illusioni “i suoi personaggi e gli ambienti in cui vivono, nonché i rapporti conflittuali fra di loro, compongono un quadro drammatico di non semplice interpretazione. I suoi film non basta vederli e gustarli per come appaiono, ma bisogna scoprirne i lati oscuri, gli elementi nascosti, la realtà che si nasconde sotto le apparenze”, scriveva alcuni giorni fa Gianni Rondolini su La Stampa  inserendo il grande regista tra i “classici”.

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