Hugo Cabret, la fiaba capolavoro di Scorsese arriva in sala

Paolo Mereghetti dalle pagine del Corriere della sera gli ha dato 5 stelle, inserendo “Hugo Cabret” direttamente nella categoria capolavori. Ad essere d’accordo con il […]

Paolo Mereghetti dalle pagine del Corriere della sera gli ha dato 5 stelle, inserendo “Hugo Cabret” direttamente nella categoria capolavori. Ad essere d’accordo con il critico italiano sono in molti e non è un caso che Martin Scorsese, dopo essersi visto consegnare un Golden Globe per la regia, sia giunto col suo primo lavoro in 3D a conquistare, dopo anni e una serie di opere non apprezzate con tanta unanimità,  una lunga sequela di nomination agli Oscar. Ben 11, tra cui quelli al miglior film, alla migliore regia, e la nomination alla art direction (scenografie e dintorni) ai nostri Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo. Il film uscirà nelle sale italiane venerdì 3 febbraio, e certo non farà rimpiangere il costo del biglietto.

 

“Hugo Cabret” è una dichiarazione d’amore verso il cinema e il sogno, una fiaba potente basata sul meccanismo più classico della narrazione: l’incontro e lo scambio tra i vecchi e i giovani. Tra i costruttori di sogni (in questo caso i cineasti) e chi (i bambini) il sogno sanno viverlo fino in fondo, sanno toccarlo, sanno renderlo quotidiano. E lo spettatore, commosso e coinvolto, è chiamato in qualche modo a recuperare la sua innocenza, a ritrovare per due ore il vecchio patto col bambino che è stato.  Il tutto in un’ambientazione di struggente poesia, tra i fumi le ombre di una Parigi anni ’30, sui binari affumicati della gare de Montparnasse, tra la gente che vi trascorre la propria vita, nella bottega di giocattoli di un vecchio e disilluso genio del cinema, tra macchine meravigliose che un sapiente uso del 3D consente quasi di guardare dal di dentro.

Tratto dal romanzo di Brian Selznick: La straordinaria invenzione di Hugo Cabret (Mondadori) il film prende spunto da un personaggio reale della storia del cinema: il regista-illusionista Georges Méliès (1861-1938), morto in disgrazia dopo un’esistenza votata all’immaginazione (fu il regista che realizzò nel 1902 “Viaggio nella luna”, il primo film di fantascienza) e che finì i suoi giorni indossando il camice di commesso in un piccolo negozio di giocattoli in Gare Saint-Lazare, a Parigi. Un finale da film.

“Hugo Cabret” racconta l’avventura di un ragazzino dalle mille risorse, il cui tentativo di scoprire un segreto che riguarda suo padre produrrà una profonda trasformazione in lui e nelle persone che lo circondano, conducendolo in un luogo caldo e sicuro che potrà finalmente chiamare “casa”. Per il film, Scorsese ha riunito un cast imponente, che comprende stelle nascenti del cinema al fianco di star rinomate del teatro e del grande schermo, fra cui Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen, Asa Butterfield, Chloë Grace Moretz, Ray Winstone, Emily Mortimer, Helen McCrory, Christopher Lee, Richard Griffiths, Frances de la Tour, Michael Stuhlbarg e Jude Law.

Mi ha colpito la vulnerabilità del protagonista.  Hugo è un ragazzino che vive da solo fra i grandi spazi della stazione ferroviaria, cercando di stabilire un legame con suo padre, da tempo scomparso”. Scorsese ricorda: “Ho ricevuto il libro quattro anni fa, ed è stata un’esperienza molto intensa… L’ho letto tutto d’un fiato, in brevissimo tempo.  Ho sentito subito un’affinità con la storia di questo ragazzo, con la sua solitudine, il suo interesse nel cinema, i meccanismi della creatività.  Gli oggetti meccanici del film, che comprendono cineprese, proiettori e gli automi, consentono al ragazzo di stabilire un contatto con il padre,  e al regista Georges Méliès di ritrovare se stesso e il suo passato”.

L’autore Brian Selznick racconta la genesi del suo libro (sceneggiato per il film da John Logan) :  “Ricordo di aver visto ‘Viaggio nella luna’, l’incredibile film del 1902 di Georges Méliès, e la memorabile scena in cui un razzo si schianta sull’occhio della luna che ha la forma di un volto umano, si era radicata fermamente nella mia immaginazione.  Volevo scrivere la storia di un ragazzino che incontra Méliès, ma non sapevo quale potesse essere la trama. Sono passati anni. Ho scritto e illustrato oltre 20 racconti. Poi, nel 2003 mi è capitato fra le mani un libro intitolato Edison’s Eve di Gaby Wood.  E’ una storia che parla proprio degli automi, e con mia grande sorpresa, c’era un capitolo dedicato a Méliès”.

Sembra che gli automi di Méliès (robot azionati da un meccanismo interno, che paiono in grado di svolgere funzioni autonome) siano stati donati ad un museo dopo la morte del filmmaker, dopo essere stati ritrovati in una soffitta, dove erano stati dimenticati e rovinati dalla pioggia.

Selznick continua: “Immaginai un ragazzino che rovista fra l’immondizia e trova una di queste macchine rotte.  Non sapevo ancora chi fosse questo bambino, né conoscevo il suo nome… Mi venne in mente il nome Hugo e lo associai alla parola cabaret, trasformando quest’ultima in Cabret, per darle un suono  francese. Ed ecco come è nato Hugo Cabret”.

Le ricerche condotte sugli automi e sugli orologi, la vita di Méliès e la Ville Lumière degli anni ’20 e ’30 alimentarono l’immaginazione dell’autore, e il racconto di un ragazzo avventuroso che vive all’interno della stazione ferroviaria di Parigi iniziò a prendere vita, allacciandosi alla storia di altri personaggi coloriti che lo circondano.  Aggiungete al tutto un robot abbandonato e un filmmaker sul viale del tramonto ed ecco prendere vita il racconto. Scorsese voleva rendere giustizia all’opera e commenta: “Brian Selznick e il suo libro sono stati una continua fonte di ispirazione, infatti ne portavamo sempre con noi alcune copie.  Il libro ha un look molto preciso e anche il nostro film ha il suo, molto diverso da quello del libro, che ad esempio è in bianco e nero. Abbiamo voluto unire realismo e fantasia”.

 

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