Holy Motors di Leos Carax

A bordo di una limousine tra le vie di Parigi, Leos Carax ci mostra la sua caleidoscopica visione del mondo

La bellezza sta nell’occhio di chi guarda, ma cosa succede se tutti gli spettatori dormono durante la visione?
Inizia, più o meno, così Holy Motors di Leos Carax; un sala gremita di persone che fissano immagini dal cinema dei primordi e lo stesso regista che, dopo essersi svegliato e aver aperto (o sfondato) un’improbabile (quarta) parete, si erge sulla folla dormiente, come a volerci avvisare che tutto quello che vedremo non è altro che una sua visione onirica, ovvero un film.

In sintesi Holy Motors racconta la giornata lavorativa di Oscar, interpretato da Denis Lavant, che si reca a nove diversi appuntamenti muovendosi in limousine tra le strade di Parigi e per ognuno di essi interpreta una diversa parte, cambiando continuamente aspetto e comportamento.

Chi è realmente Oscar? Non lo sapremo mai. Qual è affettivamente il suo lavoro? Anche questa domanda rimane senza risposta. Ma allora di cosa parla il film? L’anno scorso uscì Cosmopolis di David Cronenberg, anch’esso seguiva le vicissitudini giornaliere di un uomo in limousine. L’opera di Cronenberg, però, si poneva come riflessione sul crollo della società capitalistica, mostrava un mondo in declino, preda dell’ansia della morte fino a diventarne succube.
Carax invece preferisce non concentrarsi sugli aspetti sociologi, la catastrofe potrebbe essere già avvenuta e gli uomini si muovono tra le proprie macerie oppure deve ancora avvenire oppure non avverrà mai.

Ciò che viene principalmente messo in scena è una sentita dichiarazione d’amore nei confronti della settima arte, compreso il mondo attoriale. Tutti gli impegni di Oscar sono episodi a sé stanti, ognuno racconta una storia differente, ognuno idealmente rappresenta un diverso genere cinematografico: abbiamo il film grottesco, l’action-movie, il thriller, il dramma sentimentale, il musical e per ciascuno Lavant si trasforma in un diverso personaggio, dal moribondo al padre di famiglia, dalla vittima al carnefice.

holymotors

Nonostante la finzione cinematografica venga fin da subito spezzata, rimaniamo sempre coinvolti emotivamente, finché puntualmente qualcosa ci ricorda che è tutta finzione, che l’appuntamento è finito ed è tempo di sfrecciare verso il prossimo.
I viaggi in limousine sono il luogo dove emergono la stanchezza di Oscar e le difficoltà di un’arte che nessuno guarda più, ridottasi a un mestiere fine a se stesso.
Ogni scena cerca sempre l’irrepetibilità dell’attimo, ma che senso può avere se tutta questa epicità non viene immortalata?

A questa domanda c’è risposta: per la bellezza del gesto.
Il cinema è il solo mezzo artistico capace di cogliere il movimento, in quanto le figure non sono descritte nell’atto, ma è la continuità di quest’ultimo che le descrive.

Per il filosofo francese Gilles Deleuze il movimento è intrinseco all’immagine cinematografica, diversamente da una successione di fotografie a cui invece è aggiunto in un secondo momento, come nel Cavallo in movimento di Muybridge.
Le moderne tecnologie ci permettono di catture ogni singola mossa del corpo, attraverso l’utilizzo di marker, maggiormente applicate nelle zone più flessibili, è possibile registrare le nostre movenze per poi studiarle in seguito.
Questa tecnica, chiamata motion capture, è stata poi estesa anche al cinema, che da motivo di studio l’ha utilizzata per ricreare l’impossibile.

La sequenza nella quale Oscar diviene un esperto motion capture oltre ad essere una delle più belle visivamente è deputata a celebrare il cinema come luogo privilegiato della concretizzazione del possibile. L’arte dunque trasforma ciò che vediamo in qualcos’altro.

Dopo 13 anni di assenza dal grande schermo Leos Carax torna con un’opera multiforme e surreale, certamente fuori dagli schemi che rischia spesso di scivolare nell’autoreferenzialità, finendo per sembrare un mero esercizio di stile e di stili.

L’interpretazione di Denis Lavant da uno, nessuno e centomila riesce a rendere coeso il tutto e a evitare la ripetitività delle parti, fattore non trascurabile dato il pericolo di monotonia insito nella struttura narrativa.

Quasi tutta la critica ha eletto Holy Motors come vincitore “morale” di Cannes 65, avendo raccolto perlopiù scroscianti applausi e solo pochi e trascurabile fischi sulla Croisette dell’anno scorso.

Non deve sorprendere il grande successo avuto in America, poiché, ricordando Charlie Chaplin e Buster Keaton, gli americani hanno sempre avuto una forte predilezione per lo slapstick, di cui questo film è imbevuto fin dalle premesse.

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