Divorzio all’italiana, 50 anni fa il film che cambiò la commedia

Che anno straordinario il 1961 per il cinema italiano. Una sfilata di titoli memorabili : “Accattone” di Pierpaolo Pasolini, “Una vita difficile” di Dino Risi,  “La […]

Che anno straordinario il 1961 per il cinema italiano. Una sfilata di titoli memorabili : “Accattone” di Pierpaolo Pasolini, “Una vita difficile” di Dino Risi,  “La notte” di Michelangelo Antonioni, “Giudizio Universale” di Vittorio De Sica, e poi Rossellini che celebra i 100 anni dell’Unità nazionale con “Viva l’Italia”. E’ il 20 dicembre quando il capolavoro che chiude l’anno in bellezza approda nelle sale, “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi. Per il regista ligure il film segnerà la svolta decisiva, si lascerà alle spalle l’esperienza neorealista e, dando libera voce ad un umorismo caustico quanto intelligente e incline al grottesco darà il via alla grande stagione della “commedia all’italiana”, che solo dopo “Divorzio all’italiana” verrà così battezzata.

Mettendo senza troppa delicatezza il dito nella piaga di un progresso sociale dalle reminiscenze medievali, Germi riesce a fare commedia del delitto d’onore.

Scriverà Tullio Kezich molti anni dopo (Corriere della sera 20 aprile 2003) “Si trattava ora di convincere Germi, che brancolava nelle incertezze. L’impresa era partita dall’idea di adattare il romanzo di Giovanni Arpino «Un delitto d’onore», ma nel corso delle riunioni di sceneggiatura Ennio De Concini e Alfredo Giannetti avevano messo una pulce nell’orecchio a Germi: quel modo drammatico di proporre l’urgenza di revisionare l’articolo 587 del Codice Rocco, che alleggeriva di molto la responsabilità penale di chi uccide il coniuge per motivi d’onore, rischiava di essere fuori moda rispetto al rapido cambiamento del costume. Perché non trasferirlo, invece, sul piano della commedia? E così fecero”.

Nell’Italia del tempo il film sollevò discussioni, ma il successo fu internazionale, premio a Cannes per la migliore commedia, due nomination agli Oscar per la regia e per l’interpretazione di Marcello Mastroianni (che però vinse il Golden Globe), un Oscar vinto per soggetto e sceneggiatura.

Un insieme di stereotipi che diventano critica intelligente alla realtà. Tra i molti meriti questo è il vero miracolo compiuto da Pietro Germi. Il barone Ferdinando Cefalù, alias Fefè, lo stereotipo dell’aristocrazia meridonale: indolente, amorale. Ad interpretarlo un magistrale Marcello Mastroianni che leggenda metropolitana vuole che non piacesse troppo al regista – e che proprio da un atteggiamento di Germi prese l’idea del tic nervoso con cui caratterizzerà il personaggio – . E lei, la moglie, Rosalia, ovvero Daniela Rocca ex miss mascherata ad arte per incarnare un altro stereotipo, quello della moglie meridionale, baffi e rotondità incluse, fedelissima al fascinoso Fefé.

Nella cornice di un palazzo nobiliare in decadenza, nella luce abbagliante di Altomonte – luogo inesistente ma incarnazione stessa del paesino siciliano lontano da tutto e da una sospirata modernità continentale – il barone Cefalù, sconvolto dalla presenza della bella e giovane cugina Angela, l’esoridiente Stefania Sandrelli allora quindicenne, medita l’uxoricidio.  E sarà la complessa costruzione del delitto, mescolate alle pittoresche fantasie sulla sua realizzazione l’ossatura della trama cui si incastonano, come camei, piccoli affreschi sulla società tanto bigotta quanto pruriginosa del tempo.

Dal prete che dal pulpito invita i fedeli a votare “Democrazia Cristiana”, alle lettere anonime al barone (che però cestina sapientemente ogni messaggio di solidarietà); alla gente che si porta da casa la sedia per non rimanere in piedi al cinema.

Fefè decide che per avvalorare l’idea del delitto d’onore, che gli comporterebbe una pena ridicola, dovrà industriarsi per organizzare il tradimento della moglie. Con la scusa di un restauro assume un ex spasimante di Rosalia (Leopoldo Trieste) costruendo attorno agli amanti futuri la cornice perfetta per l’adulterio, registratore incluso, col quale origlierà le conversazioni dei due.

Le cose andranno come previsto da Fefè. L’avvocato – altra maschera straordinaria – farà un’arringa che nel paese resterà memorabile, il barone Cefalù avrà una pena attenuata e riuscirà a sposare la bella Angela. Salvo poi ritrovarsi, ancora una volta cornuto. E questa volta senza alcuno sforzo da parte sua.

Per la cronaca, la legge sul divorzio arriverà in Italia soltanto nel 1970, il delitto d’onore scomparirà da Codice solo nel 1981, giusto vent’anni dopo.

 

 

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