Sergio Rizzo: “Razza stracciona”. Quella classe dirigente complice del disastro

“Razza stracciona. Uomini e storie di un’Italia che ha perso la rotta”. In uscita per Rizzoli, l’ultimo pamphlet di denuncia del giornalista del Corsera che da anni affonda la penna nei mali profondi dell’Italia e della sua classe politica

L’autore assieme a Gian Antonio Stella de La Casta (cosa di cui gli siamo molto grati e – provocatoriamente – non gliene siamo, considerando l’abuso e l’uso superficiale che il termine, felicissimo, ha avuto in seguito al successo del libro arrivando, quasi, a svuotarsi) e con lo stesso collega artefice di una sfilata di bestseller dedicata al malcostume politico italiano (e tra questi vogliamo ricordare e consigliare per affinità ai temi trattati da Daring, Vandali, del 2011, dove si racconta con crudele lucidità l’assalto ai beni culturali del Bel Paese) amplia con questo nuovo libro il raggio delle sue inchieste. Perché se è vero che nello sfascio italico i politici hanno il bel loro carico di colpe, una certa classe dirigente, formata da imprenditori ma pure da sindacalisti, è stata bravissima ad assecondare esclusivamente i propri interessi. Il tutto a discapito del più inafferrabile dei fantasmi: il bene comune

Dalla quarta di copertina: La catastrofe dell’Italia non è solo colpa di una classe politica avida e incapace. C’è un pezzo altrettanto importante di classe dirigente corresponsabile dell’andazzo di questo Paese e di tutti i suoi difetti: la scarsa competitività, la mancanza di produttività, la crescita inesistente. Sono gli imprenditori che se la prendono sempre con lo Stato, ma sarebbero nessuno senza politica e contributi pubblici. I manager che guadagnano milioni mentre riempiono l’Italia di cassintegrati. I banchieri che con una mano negano il credito alle piccole imprese con la scusa delle crisi, e con l’altra intascano stipendi e “bonus” sempre più alti: in barba alla recessione. I costruttori che al riparo dei partiti si arricchiscono facendo scempio del territorio. Per non parlare della parassitaria burocrazia imprenditoriale: 36 sigle, con migliaia di dipendenti, senza un apparato produttivo efficiente e in grado di mettere in campo tutte le nostre più grandi risorse. Nonostante quello che dicono i sindacati, responsabili anche loro del disastro, il problema non è l’articolo 18: il problema è che alla fine la Ducati se la prende l’Audi. E noi al massimo possiamo portare qualche valigetta di euro in Svizzera.

(g.m.)

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