Marco Pantani, l’ultima fuga verso la solitudine

A 10 anni di distanza dalla morte, il Pirata è ancora nel cuore di migliaia di appassionati

“Le discese ardite e le risalite 

su nel cielo aperto e poi giù il deserto

e poi ancora in alto con un grande salto…”

– Lucio Battisti –

Rimini come Courchevel, un urlo muto che si è infranto contro mari e monti, custodito tra le onde della malinconia invernale e da due ali di folla divise da un colpo di pedale. Ecco cosa rimane di quel 14 febbraio 2004 e di quel 16 luglio del 2000: l’ultima fuga verso la solitudine di un mito senza tempo, Marco Pantani. Proprio oggi ricorre il decennale della morte del ciclista nato a Cesena il 13 gennaio del 1970, reso autentica leggenda da imprese storiche e da una strepitosa doppietta Giro d’Italia-Tour de France nel 1998.

Fantasia ed estro sono al potere già nel 1994 quando, nella tappa Merano-Aprica, Berzin si presenta ai nastri di partenza con la maglia rosa sulle spalle. Chiappucci attacca sullo Stelvio e sul Mortirolo Marco inizia a dare spettacolo con una sfida fantastica contro il russo. Al suo stacco perentorio risponde solo Miguel Indurain che poi viene surclassato autorevolmente. E’ l’incipit della storia sancito dal secondo posto al Giro. Il Tour dello stesso anno gli consegna il gradino più basso del podio con una tappa strepitosa in Val Thorens dove cade ma recupera con una rimonta prodigiosa. Nel ’95 riscrive i diktat della Grande Boucle: i 21 tornanti dell’Alpe d’Huez conditi da un emozionante dritto finale, il vuoto sui Pirenei sparendo nella nebbia, la sua rabbia per l’esultanza di Richard Virenque quel maledetto 18 luglio, il giorno della morte del campione olimpico di Barcellona ’92, Fabio Casartelli, lo hanno fatto entrare di diritto nel cuore degli amanti del pedale. Olano ed Indurain lo beffano ai Mondiali di Bogotà, il bronzo è un po’ amaro ma certifica il suo talento sconfinato.

Mi ero dimenticato di quanto fosse bella andare in bicicletta” tibia e perone a pezzi dopo uno scontro in macchina alla Milano-Torino, 5 mesi e 5 giorni di riposo e riabilitazione in piscina e poi l’arrivo di Christina, il nuovo amore. Ecco come Marco è ripartito più forte di prima con la Mercatone Uno, squadra dei grandi trionfi, team nel quale ha iniziato ad usare la bandana, a farsi chiamare Il Pirata. Il 1997 non sembra essere il suo anno: si ritira al Giro e soffre al Tour. Ma poi arriva nuovamente l’Alpe d’Huez, la progressione disumana a 14 km dal traguardo con gli occhiali gettati via con buona pace di Jan Ullrich e Virenque che arrancavano nell’inutile inseguimento. L’urlo finale è lacerante e liberatorio. A Morzine nemmeno in discesa riescono a recuperarlo e finisce nuovamente terzo a Parigi.

1998, l’anno domini. Alex Zulle sembra l’alter ego di Indurain: al Giro disintegra Marco nella crono di Trieste dove lo raggiunge e lo supera con una superiorità apparentemente imbarazzante. Ma il ciclista romagnolo è un autentico diesel e sulle Dolomiti si scatena. Selva di Val Gardena, Marmolada: Tonkov parte, Marco e Guerini inseguono, Zulle va in crisi. All’arrivo vince il ciclista del Team Polti, Marco corona un sogno: essere maglia rosa per la prima volta. Ma ora l’avversario è il temibile Pavel, arcigno e combattivo: a Plan di Montecampione, il 4 giugno, i due scalatori si danno battaglia. L’uno è l’ombra dell’altro, il Pirata parte a 16 km dal traguardo, il russo gli si francobolla alla ruota. Via gli occhiali e addirittura l’orecchino al naso, come fossero zavorre inutili, sfibra l’asso della Mapei per concedersi il tripudio. La crono di Lugano è preparata nei minimi dettagli, curata fino allo sfinimento: è l’apoteosi coi compagni in festa che si rasano a zero per festeggiare la vittoria. Il Giro ringrazia Marco, il suo nuovo dominatore.

Ullrich come Zulle: nella crono non c’è storia. Il tedesco fa sul serio, il ritardo del Pirata si fa pesante e sui Pirenei non si può fallire. Recupera secondi preziosi per dare un’autentica lezione di ciclismo a Les Deux Alpes: il diluvio sul Galibier lo incorona nell’Olimpo degli immortali, con una fuga lanciata a 50 km dal traguardo. Nemmeno le difficoltà nel mettersi una mantellina birichina lo hanno fermato: è maglia gialla. Sulla Madeleine Ullrich risponde con l’orgoglio ed arriva un altro duello serrato che culmina con una vittoria al fotofinish del tedesco. Dai Marco, ammettilo, hai fatto solo finta di sprintare. Il 1° agosto un’altra crono lo decreta campione immortale: Felice Gimondi lo porta in trionfo sugli Champs-Élysées.

Il valore del campione è troppo alto, più dell’ematocrito e delle altimetrie di Madonna di Campiglio. Prima dello scandalo, si riscrive, per l’ennesima volta, la storia. Sul Gran Sasso regola Ivan Gotti tra le nevi, nella tappa Racconigi-Oropa gli salta la catena a 8 km dall’arrivo e si mette a saltare gli avversari come fossero birilli per poi riprendere, staccando, Jalabert a 3 km dal traguardo. Sull’Alpe di Pampeago arriva un altro assolo. Si reinventa gregario per Garzelli, si vendica della generosità non gradita di Lance Armstrong sul Mont Ventoux per annientarlo nella tappa Briançon-Courchevel dove il tempo si è fermato per la sua ultima vittoria da professionista.

In fuga dai rapporti quando solo poco tempo addietro usava i rapporti per andare in fuga, ha staccato sì l’americano ma non la delusione, la frustrazione e la vergogna di essere stato messo in discussione prima come uomo e poi come sportivo. Il giogo di solitudine ed amarezza gli ha tagliato le gambe sulla salita più impervia; la vita, scattata in avanti troppo in fretta, lo ha abbandonato staccandosi per sempre dall’ombra della sua ruota. Tuttavia, a distanza di 10 anni, ci si ritrova ad essere proprio oggi, San Valentino, ancor più innamorati di Marco.

Ferrari Franco Andrea

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