Kennedy, quell’omicidio diventato letterario

Dallas 22 novembre 1963, alle 12.30 (ora locale), il 35mo presidente degli Stati Uniti d’America viene assassinato

Sono poche le immagini della storia che penetrate così fortemente nell’immaginario collettivo come quelle malferme riprese in super 8 girate dal sarto Abraham Zapruder ad Elm Street, quando il corteo presidenziale viene interrotto dagli spari e il presidente, colpito tre volte, si accascia mentre la moglie dopo lo sbigottimento e il panico gli posa una mano sul capo, nell’istinto di rimettere assieme quel pezzo di scatola cranica che l’ultimo colpo ha spazzato via. Immagini viste e ripetute, passate al rallenty, sezionate e analizzate fotogramma dopo fotogramma in mille e più inchieste. Dove è proprio quel filmino amatoriale, unica testimonianza visiva dell’assassinio, ad aver dato adito alle prime teorie alternative su quella giornata texana. Perché se la verità sull’assassinio di JFK non è quella che conosciamo, e la spiegazione ufficiale non ha convinto mai nessuno, è vero che i 50 anni che sono trascorsi da quel giorno sono stati 50 anni di ipotesi cospiratorie succedutesi a ritmi vorticosi, a restituire e accrescere il senso mitico di quel 22 novembre.

Da una parte la conclusione della commissione Warren, che banalizza l’accaduto concludendo che una sorta di disadattato, Lee Harvey Oswald, abbia sparato, per propria iniziativa, sul corteo presidenziale da una finestra al sesto piano della Texas School Book Depository. Dall’altra parte una conclusione che è solo un punto di partenza: Kennedy fu assassinato da qualcuno che era in posizione frontale al corteo, forse più di un cecchino, sistemato su una collinetta erbosa.  Da qui spazio alle ipotesi di congiure e complotti dove c’è posto per tutto, dalla mafia alla trama internazionale. Non entriamo nei dettagli, altri in queste giornate hanno, su tutti i media, sezionato nuovamente i fatti. La realtà è che le risposte mancano da 50 anni.

Ma proprio in virtù di questa mancanza di verità, attraverso i libri, il cinema, la fiction l’omicidio Kennedy è diventato materia universale, paradigma di tutte le mistificazioni del potere così come Giuletta e Romeo sono l’archetipo di tutte le storie d’amore infelici. E grandi scrittori si sono cimentati in modo diretto o simbolico con la morte di Kennedy, come James Ellroy in American Tabloid (Mondadori), che racconta ascesa e morte di JFK inserendola in uno scenario di mafia e corruzione.  E ci ha provato anche Don De Lillo a raccontare l’assassinio, nella novella del 1988 Libra, dove l’archivista della Cia Nicholas Branch ha il compito di catalogare e raccontare le montagne di prove disparate emerse sull’assassinio. E cosa dire del maestro del brivido Stephen King, che in 22/11/63 (Sperling & Kupfer) immagina che il protagonista torni indietro nel tempo per sventare l’omicidio del presidente. Mentre c’è chi intravede addirittura un’inquietante premonizione nel romanzo del 1959 di Richard Condon The Manciurian candidate, dove si racconta la storia di un prigioniero della Corea del Sud che subisce una riprogrammazione cerebrale per indurlo all’assassinio del presidente. Hollywood girò il film nel 1962. Protagonista era Frank Sinatra, che guarda caso, era amico intimo del presidente Kennedy. Nessuno spazio al caso, invece, nell’ultimo libro importante scritto sul caso Kennedy, è una nuova inchiesta (niente fiction dunque) condotta dal cronista del New York Times Philip Shenon (ne abbiamo parlato qui). (g.m)

 

 

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