Whitney Biennal, che aria tira negli States

Al via oggi a New York la Whitney Biennal, manifestazione, giunta alla sua 77ma edizione, che fino al 25 maggio misura il polso dell’arte negli States. E’ l’ultima volta che la rassegna ideata nel 1932 da Gertrude Vanderbilt Whitney, si svolge nello storico edifico del Whitney Museum in Madison Avenue. La prossima edizione sarà nel nuovo edifico progettato da Renzo Piano nel quartiere Meatpacking , a Manhattan

Tre i curatori scelti dai vertici del Whitney per organizzare la mostra: Stuart Comer, curatore capo del dipartimento media e performance al MoMA, Anthony Elms, curatore associato all’ Institute of Contemporary Art di Philadelphia e Michelle Grabner, artista e docente all’Art Institute di Chicago e a Yale. I tre hanno preso un piano ciascuno presentando visioni distinte ma in dialogo tra loro. In breve, è possibile considerare la rassegna come un’unica esposizione o considerare i singoli piani, ma in realtà l’arte è ovunque: sulle scale, negli ascensori, nella hall dove il compositore e artista Sergei Tcherepnin ha creato un’installazione sonora proveniente dal soffitto. Un altro pezzo della mostra è invece all’esterno, all’Hudson River Park (17ma strada) qui svetta un monumentale lavoro multimediale di Tony Tasset composto da pannelli su cui sono i incisi con i nomi di 400 mila artisti, da Picasso agli artisti semi sconosciuti o emergenti.

L’ARTE DIVENTA SLOW

In questa 77ma Biennale del Whitney sono 103 i partecipanti, tra singoli e collettivi d’artisti, per un’esauriente panoramica sull’arte americana di questo tempo. Una delle tendenze più interessanti, come riportato dal NYT, è un ritorno alla carta, ai libri, al materiale stampato e più in generale al fatto a mano, ad esempio sono diverse le opere in ceramica e che ammiccano all’artigianlità. Conferma la curatrice Michelle Grabner:C’è un movimento di arte e vita slow“, dice, come reazione allo spostamento del mondo verso il digitale. “Le cose non sono sempre come appaiono – scrive il quotidiano newyorchese nella sua recensione in anteprima -. Ci sono scrittori che dipingono; pittori che scrivono poesia ; registi che creano sculture ; fotografi che disegnano”, a conferma della distinzione sempre meno nitida tra i media. Emblematiche in questo senso le opere di Ken Okiishi che sembrano tele astratte e in realtà sono dipinti ad olio su televisori a schermo piatto, con un mash- up di filmati tratti da vecchi nastri VHS e nuove immagini digitali realizzando un impianto che non è né un quadro né un video. Molto rappresentate le donne, a loro si devono una grande quantità di tele astratte (Louise Fishman , Jacqueline Humphries , Molly Zuckerman – Hartung , Dona Nelson, Laura Owens e Amy Sillman tra le altre).

 

Stuart Comer ha commentato che la sua sezione della Biennale “riconosce la complessità della pratica artistica contemporanea, includendo molti tipi di produttori culturali: collettivi editoriali, artisti- curatori , attivisti , musicisti, poeti , ballerini, registi, pittori, scultori e fotografi. Gli artisti spesso lavorano intersecando movimenti politici e dichiarazioni personali , affrontando spostamenti globali in modi vivaci e variabili. Un acuto senso della storia pervade il loro lavoro, anche quando sono coinvolti nel forgiare nuovi modi di considerare l’identità, la nazionalità, la tecnologia, la comunità e il genere . Molti di loro producono opere che si discostano e si trasformano tra le forme e le categorie“.

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Anthony Elms ha cercanto di rispondere alla domanda che  l’architetto Marcel Breuer posò nelle sue note per i piani del Whitney Museum sulla Madison Avenue : “Un museo a Manhattan a cosa dovrebbe essere simile? ” la risposta di Elms per la Biennale è che “un museo a Manhattan deve essere riempito con una molteplicità di voci e un senso di poesia. Esso dovrebbe esporre opere d’arte di tutte le discipline creative e sfidare il rapporto tra il passato, il presente e le storie ancora da scrivere . In definitiva, ogni istruzione artistica singolare dovrebbe contenere un senso palpabile del plurale “.

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Michelle Grabner spiega che la sua sezione “presenta artisti che sono venuti alla ribalta come figure di influenza , sia all’interno che all’esterno dei centri geografici e commerciali del mondo dell’arte . Alcuni sono creatori indipendenti di mentalità che sentono di servire meglio il loro lavoro mantenendo una distanza da questi centri, alcuni sono insegnanti[…] Molti di questi artisti sono abbracciano le discipline tradizionali di artigianato, pittura e scultura“. Per approfondimenti e l’elenco dei 103 artisti in esposizione: http://whitney.org.

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