Una spedizione archeologica italiana nel Tempio di Amenhotep II

Nuove scoperte a Tebe

È stata portata a termine a Tebe la quindicesima campagna di scavo da parte del Centro di Egittologia Francesco Ballerini nell’area del tempio del faraone Amenhotep II (1428-1397 a.C.), accanto al quale Ramesse II avrebbe fatto erigere il suo magnifico monumento funerario, noto appunto come Ramesseum.

Gli scavi, avviati nel 1997, hanno permesso di identificare le strutture conservate del tempio e ridisegnarne la pianta generale, rispetto a quanto aveva fatto a fine Ottocento l’archeologo inglese Flinders Petrie.

Le indagini archeologiche dell’equipe italiana hanno confermato che l’area occupata dal tempio di Amenhotep II durante la XVIII dinastia, era stata utilizzata in precedenza come necropoli, inquadrabile cronologicamente in una prima fase tra il Medio Regno (1994-1650 a.C.) e il Secondo Periodo Intermedio (1650-1550 a.C.), e successivamente durante il Terzo Periodo Intermedio (1075-664 a.C.), l’ultimo dei periodi caratterizzati da instabilità politica dell’Egitto antico.

La campagna di scavi del 2013 ha riguardato in particolare l’indagine su alcune sepolture e pozzi funerari, databili all’epoca della prima fase d’uso della necropoli, nel Medio Regno.

Sono stati recuperati oggetti estremamente significativi, come un vasetto in pietra per cosmetici e un sarcofago in pietra di piccole dimensioni, dipinto di rosso, con i resti di un bambino.

In uno dei pozzi funerari, oltre a resti di altri sarcofagi, sono state rinvenute statuette in terracotta, dipinte d’azzurro, di ushabti, il cui nome significa “quelli che rispondono”, protettori del defunto nel viaggio verso l’Oltretomba.

Ma la scoperta che ha suscitato maggiori emozioni, individuata anch’essa in uno dei pozzi funerari nell’area del tempio di Amenhotep II, è stata quella di un altro sarcofago in legno contenente uno scheletro che ha rivelato evidenti tracce di mummificazione. Costituivano il corredo funebre cinque vasi canopi (i contenitori delle viscere del defunto), quattro dei quali di pregevole fattura e che riproducevano il numero dei figli del dio Horus.

Nelle cavità funerarie diffuse su tutta l’area riferibile all’antica necropoli, è stato recuperato un gran numero di ushabti e vasi canopi, uno dei quali riportava addirittura il nome del defunto: Bak-en-Ptah, lo stesso a cui apparteneva il sarcofago in legno rinvenuto durante la seconda missione del Centro di Egittologia presso la rampa del tempio di Amenhotep II, e che, molto probabilmente, venne rimosso dalla tomba quando fu violata in antico dai profanatori.

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