Pittura? Si, grazie (Parte II)

E’ davvero la pittura la pratica migliore, più adatta e più vantaggiosa per farsi carico del fardello della contemporaneità? Ovvero: è in grado oggi la […]

E’ davvero la pittura la pratica migliore, più adatta e più vantaggiosa per farsi carico del fardello della contemporaneità? Ovvero: è in grado oggi la pittura, di accogliere un grado di sperimentazione così elevato tanto da reagire a ciò che la mette in crisi?
A mio avviso, le ricerche pittoriche degli ultimi anni hanno prodotto una grande quantità di lavori; quantità che non si è riscontrata anche a livello qualitativo come sperato.
<Se intendiamo la ricerca come modalità operativa, forma dinamica che la tradizione assume nel tentativo di salvaguardare la qualità più alta dell’arte del passato, resistendo ad ogni spinta dissolutiva, allora la sperimentazione –che riguarda anche il codice pittorico- opera in costante sintonia con la tradizione da cui proviene>. Con queste parole Andrea Bruciati afferma la forma dialettica che la sperimentazione assume, uno sviluppo fluente aperto alle innovazioni e ai nuovi linguaggi della ricerca artistica. Pertanto ipotizzare una sorta di ciclicità dei mezzi espressivi non sembra così una follia. Confrontata con i nuovi media, la pittura mostra evidenti segni di inadeguatezza e desuetudine. La sua consistenza e pratica ne fanno una tecnica antiquata, probabilmente non adatta a rappresentare la complessità contemporanea. Ma forse è proprio dai suoi stessi limiti che essa trae forza, ritagliandosi sempre uno spazio critico, espositivo ed economico considerevole. Eugenio Viola definisce la pratica pittorica un “ipertesto” che si è imposto come luogo dello sconfinamento e dell’ibridazione, rinnovando così il proprio statuto.
Come dice Jerry Saltz: <È dai tempi di Nixon che nessuno crede più alla storia della morte della pittura, eppure molti puntano ancora su questo cavallo perdente>. La pittura esiste, in molti la praticano ma in occasione mostre, biennali e grandi fiere sembra dileguarsi. Siamo sicuri?
Trovo sia più giusto credere che nulla è sbagliato nella pittura, la quale da tempo lavora sulla definizione di una sua identità contemporanea. L’errore è piuttosto di prospettiva. E’ nell’occhio di critici, galleristi e collezionisti che non prestano attenzione ai risultati di questa branchia artistica perché persuasi dall’idea che non vi sia spazio per la tela nella società dell’informazione. Forse si è meno incuriositi, erroneamente si pensa di conoscere già il risultato finale. Un video o una foto sono indubbiamente qualcosa d’impatto diretto e di maggior tendenza sul mercato.
Cosa dire allora di quelle aule di Brera colme di aspiranti artisti, studiosi della pratica pittorica, del bozzetto preparatore, che formano la loro tecnica artistica dietro al cavalletto? Illusi di poter entrare nel sistema? Antiquati? Io non direi.
Se osserviamo la nuova generazione di artisti under-trenta e i risultati delle loro ricerche fino ad oggi, vi si riconosce un certo “eroismo” nel voler affrontare il presente abbracciando tela e pennello. La composizione indefinita, provvisoria e imprevedibile della realtà, e l’operazione di decostruzione di questa da parte della cultura contemporanea, fanno del quotidiano un ammasso di rimasugli e frammenti che rendono estremamente ardua la definizione di una propria identità ai fini della mera sopravvivenza. La pittura ha avuto duri nemici nel corso della storia dell’arte, primo fa tutti Duchamp; ha continuato ad esistere dopo a rivoluzione concettualistica degli anni sessanta, al minimalismo, per tornare a trionfare in nuova vita grazie alla transavanguardia.
Ad interpretare gli esperimenti contemporanei, l’utilizzo di colori e della buona vecchia tela, si ritrova quella “stupidità della ricezione” che accosta una mostra di pittura alla danza della morte.

[Si ringrazie per l’immagine www.davidenido.com]

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