Palazzo della Civiltà Italiana, il coraggio (mancato) di difenderlo

Il Palazzo della Civiltà Italiana, eterno incompiuto, avrà un nuovo inquilino: Fendi. Attualmente in fase di ristrutturazione, la struttura – simbolo e monumento dell’architettura fascista – ospiterà l’atelier romano per i prossimi 15 anni almeno. Fendi pagherà 240mila euro al mese per abitare il “Colosseo quadrato” facendone il proprio quartier generale

Infastidisce che Bernard Arnault il multimiliardario del lusso, dopo l’acquisizione di Bulgari, Pucci, Fendi e Loro Piana, si assicuri anche l’uso del monumentale palazzo di candido travertino. Infastidisce quest’assalto al patrimonio nazionale da parte di qualcuno che sa sempre meglio di noi come farlo fruttare, e il riferimento non è solo ad Aranult ma a tutti quegli imprenditori stranieri ai quali da anni stiamo cedendo i gioielli dell’industria nazionale. Una forma di fastidio che però dovremmo rivolgere a noi stessi – come Paese – , e alla nostra incapacità di cittadini a mostrare un briciolo d’orgoglio alimentando in mille azioni quotidiane un mortificante senso d’inferiorità nei confronti degli “estranei”. Siano i tedeschi che acquistano la Ducati, siano i francesi che c’insegnano come gestire bene le collezioni d’arte (sì il riferimento è a Pinault e a Venezia), sia il nostro disprezzo per la lingua dell’Alighieri e del Manzoni che maltrattiamo a tal punto con l’uso di ridicoli anglicismi, che le giovanissime generazioni parlano un italiano pessimo, un inglese approssimativo e in diletto, bè, recitano giusto qualche improperio. E allora perché c’infastidisce che Arnault metta le mani sul Colosseo quadrato? Come abbiamo trattato in questi anni quel Palazzo della Civiltà Italiana che era sì un simbolo fascista, ma che è pure un’espressione architettonica straordinaria?

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Doveva essere un “quartiere modello” l’Eur, il quartiere che avrebbe dovuto ospitare l’esposizione universale del 1942, poi saltata per ovvi motivi bellici, e parlare al mondo con il linguaggio architettonico del classicismo. E al centro del progetto, eccolo, il Palazzo dai mille archi, lo straordinario incompiuto politicamente rinnegato con la caduta del regime. Progettato negli anni Trenta da Giovanni Guerrini, Ernesto Lapadula e Mario Romano, fu inaugurato, come d’uso in Italia, ancora incompleto nel 1940, fu poi aperto nel dopoguerra e completato negli anni ‘50. In alto la scritta: “Un popolo di poeti di artisti di eroi, di santi di pensatori di scienziati, di navigatori, di trasmigratori”.

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Insomma, quello doveva essere il cuore di una città ideale, l’Eur, costellata da architetture di luce e vetro di grande effetto e molta qualità architettonica. Possiamo ridurlo solo a simbolo fascista? No, anche se lo era (e la cosa c’infastidisce anche molto). Però quel palazzo, quel quartiere, erano al tempo stesso espressione dell’Italia del Novecento, dell’Italia che si apriva al mondo nuovo, all’industrializzazione, distogliendo per la prima volta lo sguardo dal mondo rurale e dai paradigmi risorgimentali. Non si può contenere lo spirito culturale dell’epoca solo sotto il deprecabile “modello fascista”, perché la forma urbana dell’Eur ha, ancora oggi, la capacità di trasmettere, prima ancora che un modello di regime, la purezza artistica dei grandi architetti che vi lavorarono. Il Palazzo della Civiltà Italiana nel tempo è servito a ben poco (lasciamo a Wikipedia i dettagli), Fendi, ha assicurato che ne garantirà la funzione museale stabilita anni addietro da Eur Spa, dedicando al piano terreno un’area destinata a esposizione aperta al pubblico per «celebrare la creatività e l’artigianalità del genio italiano», per il resto accoglierà i circa 400 dipendenti dell’azienda oggi sparsi in tutta la città. Non importa che sia austero – fa tutto parte della celebrazione 90 ° anniversario di Fendi- . I francesi stanno facendo le cose in grande, e a noi resta l’impressione d’aver gettato via l’acqua sporca (il fascismo) con tutto il bambino.
(a.d)

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