Munch, oltre l’Urlo: ecco la mostra più grande

Munch 150 è l’evento principale del programma di celebrazioni per l’anniversario del pittore norvegese. Si tratta della più grande mostra mai realizzata sulla sua opera, allestita fino al 13 ottobre ad Oslo, tra la Galleria Nazionale e il Munch-Museum. Intanto giovedì prossimo sarà presentata l’antologica che si terrà a Genova in autunno

270 opere per un racconto, messo insieme da ben quattro curatori (Nils Ohlsen – Museo Nazionale d’Arte, Architettura e Design – , Mai Britt Guleng – Museo Nazionale d’Arte, Architettura e Design – , Jon-Ove Steihaug – Museo Munch – e Ingebjørg Ydstie – Museo Munch -), che attraversa tutti i 60 anni della produzione di Edvard Munch. Una carrellata straordinaria che accompagna il cammino artistico (e umano) di uno degli artisti fondamentali del ‘900, dal suo debutto avvenuto all’inizio dei primi anni 80 dell’Ottocento, fino a quando morì nel 1944.

Tra i capolavori ben noti al grande pubblico, emergono le ricostruzioni quasi complete delle serie dei dipinti che compongono il Fregio della Vita (realizzato dal 1902 come serie che include anche l’Urlo), e il Fregio Reinhardt (1906-1907). C’è una lunga sfilata di autoritratti, e ci sono quei dipinti che Munch, secondo una metodologia che gli era tipica, ha modificato, riperso, rielaborato nel corso degli anni. C’è la sua incessante sperimentazione, ci sono la sua rabbia e la sua malinconia, la misoginia infusa nelle donne vampiro, l’adolescenza malata,  l’angoscia esistenziale alternata a quei rari squarci di luce che la sua complessità umana gli concedeva. Ci sono le opere più importanti di Munch, le più belle raccolte dei due musei (alla Galleria Nazionale troviamo le opere giovanili 1882-1902; al museo Munch quelle della maturità 1904 – 1944) affiancate dai prestiti provenienti da istituzioni pubbliche e private norvegesi e internazionali; ci sono anche una cinquantina di fragili disegni, che aiutano il pubblico più attento a sondare l’elaborazione del pensiero creativo dell’artista, ma la star dello show rimane una e solo una: The Scream, l’Urlo.

L’opera dei record (una delle quattro versioni esistenti, un pastello del 1895, fu poco più di un anno fa battuto all’asta a New York per 120 milioni di dollari),  una delle immagini più riconoscibili dell’arte moderna, usata ed abusata in ogni salsa, apprezzatissima anche dai ladri in tutta la sua apparente “bruttezza”, è la ragione per cui tanta gente percorre a passo veloce le gallerie del museo di Oslo quasi sorvolando sulle altre opere, pur di arrivare a l’Urlo.

L’opera nacque da una folgorazione. Scrisse Munch tra le sue note: “Stavo camminando con due amici sulla strada, poi il tramonto. Improvvisamente il cielo si tinse di rosso sangue ed ero preso da un sentimento di tristezza. Un dolore straziante al petto mi opprimeva. Mi fermai e mi appoggiai alla ringhiera, incredibilmente stanco”. E più avanti: “Sentivo l’immenso, infinito urlo della natura“.

Una voce interiore, un grido che riecheggia dai profondi recessi dell’anima e che trova il suo spazio d’ascesa nelle sinuose linee blu e rosse che compongono il dipinto, e allora quasi pare sentirlo lo strazio, il verso animale. “Il limite di un’opera d’arte è la sua capacità di rappresentare il grido“, diceva Schopenhauer. Bè, Munch ci è riuscito. (www.munch150.no ) (a.d)

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