Mostre imperdibili: aspettando Duchamp a Roma e il compleanno della “ruota di bicicletta”

Alla GNAM (Galleria nazionale d’arte moderna) di Roma una delle mostre più attese dell’autunno: Marcel Duchamp. Tracce di un percorso italiano (8 ottobre 2013 – 19 gennaio 2014)

Per il centenario del primo ready-made creato da Duchamp (Ruota di bicicletta, 1913), la Galleria presenta i quattordici ready-made donati da Arturo Schwarz al museo nel 1997, accompagnati da una selezione di opere e documenti originali, ritenuti fondamentali per la comprensione del percorso duchampiano e dunque dell’evolversi dell’arte contemporanea, tributaria a Duchamp per la sua stessa esistenza. L’esposizione vuole anche testimoniare l’influenza che Duchamp ebbe sulla scena artistica italiana mostrando opere di Enrico Baj, Gianfranco Baruchello e Luca Patella, artisti che he ebbero modo, nel 1964-65, di vedere il suo lavoro a Milano nella Galleria Schwarz e a Roma nello spazio Gavina di via Condotti.

E’ il 1913 e un 25enne Duchamp, allora 25enne e residente a Parigi, arriva all’Armory Show di New York con un’opera rivoluzionaria Le Nu descendant un escalier (Nudo che scende le scale). Dipinta nel 1912, oggi custodita al Philadelphia Museum of Art, la tela combina elementi cubisti con la fluidità dei movimenti futuristi. Nella compo

Marcel Duchamp Roue de bicyclette, 1913 © Succession Marcel Duchamp/BUS 2011

sizione l’artista dipinge il moto come se sovrapponesse successive immagini, qualcosa di simile al movimento della fotografia stroboscopica. L’aveva esposta, sempre nel 1912, al Salone degli Indipendenti di Parigi, ma gli era stato chiesto di ritirarla perché non abbastanza cubista.  Duchamp se la riportò a casa in taxi (così racconterà tempo dopo) giurando che non avrebbe più dipinto. L’opera, tuttavia, viene esposta qualche mese dopo a New York tra i clamori. Ma lui – per fortuna –  resta fermo nella sua decisione, non dipingerà più. Farà altro, come giocare a scacchi e soprattutto mettere scompiglio nell’arte di là ai successivi cento anni. E poco dopo l’Armory, Duchamp, invertendo ogni logica firma il suo primo ready-made, la “ruota di bicicletta”.

Quattro anni dopo, nel 1917, arriverà il più celebre dei ready – made l’orinatoio. L’oggetto che cambierà per sempre la storia dell’arte, e fu acquistato in un negozio di sanitari di New York dove intanto, sin dal 1915, l’artista s’era trasferito.

Cento anni dopo, quel considerare arte ciò che immaginiamo lo sia è un dogma. Non c’è tecnica che tenga, abilità esecutiva, senso estetico che valgano tanto quanto un’idea. Duchamp non ha stravolto ma ha sottolineato il concetto stesso di opera d’arte, affermando per primo che ogni oggetto, anche una ruota di bicicletta, un orinatoio, uno scola bottiglie, collocato in un nuovo contesto, isolato dal suo luogo originario, diventa opera d’arte. Duchamp ci ha detto che l’arte non è tecnica ma è un atto di volontà. Atto di volontà anche da parte dello spettatore, chiamato all’interpretazione, e dunque a contribuire alla creazione e infine al significato stesso del lavoro.

E se c’è ancora chi attribuisce l’origine d’ogni male al beffardo rendere l’oggetto qualsiasi un oggetto d’arte, i ready-made di Duchamp non hanno mai smesso di essere, cento anni dopo, rigorosi modelli per generazioni di artisti, ispirando pop art, neodadaismo, op art e arte cinetica, minimal art, arte concettuale, body art… Da Duchamp non si prescinde. E questo maestro della sovversione trasformato in culto, forse viene tradito proprio da coloro che ne fanno un eroe. Perché se Duchamp ha reagito al conformismo del XIX secolo innescando la sua ironica rivoluzione, oggi la provocazione è ridotta a standard. E provocatoriamente Marc Boyard, critico ed esperto d’arte del XVII secolo sottolinea come “Duchamp è il maestro del XX secolo … Ma siamo nel XXI! E ‘come se non fosse successo niente tra Boucher e Caravaggio!”. Perché, conclude “tutti i grandi artisti, come Marcel Duchamp, hanno finito per creare accademismo“. (a.d)

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