Milano: aspettando Pollock e il Numero 27

“Pollock e gli Irascibili”, a Milano dal 24 settembre al 16 febbraio. Jackson Pollock ma non solo: anche Rotko, de Kooning, Kline e molte altre superstar dell’arte americana arrivano a Palazzo Reale per uno straordinario racconto curato da Carter Foster con la collaborazione di Luca Beatrice

IRASCIBILI E INCOMPRESI

 

Sessanta i capolavori in arrivo dal Whitney Museum di New York ad offrire una panoramica su quella rivoluzione artistica esplosa alla metà del XX secolo che ha ridefinito con la forza di una supernova i confini dell’arte. Li chimarono “Irascibili”, arrabbiati lo erano e incompresi di certo nell’America degli anni ’50. E così quando il Metropolitan annunciò una mostra sulla pittura contemporanea che non li includeva: in diciotto si ribellarono inviando al direttore del museo una lettera di protesta – poi pubblicata sul New York Times – e una foto, dove apparivano vestiti da banchieri con al centro Jackson Pollock.  La cosa trovò ampio spazio sui media, e presto la definizione di “Irascibili” coniata dall’Herald Tribune e poi ripresa dagli altri organi d’informazione (in senso negativo) si diffuse. L’ostilità perbenista rafforzò i legami nel gruppo di artisti che continuarono, nel loro spazio affittato al Greenwich Village, a riflettere, discutere, lavorare per diffondere il senso della loro ricerca sull’espressionismo astratto. La seconda guerra mondiale è finita da una manciata d’anni ma il mondo vacilla ancora nelle ansie di una guerra che sarà dichiarata “fredda”, per rompere con il passato non resta che guardarsi dentro, è nei sedimenti più antichi dell’anima di ciascuno che si rintracciano nuove strade.

 

IL NUMERO 27

 

La mostra che apre le celebrazione dell’“Autunno Americano” a Milano (qui per approfondire) porta a Palazzo Reale l’opera Number 27 di Pollock, potrebbe bastare solo questo dipinto (enorme coi suoi tre metri di lunghezza per uno e mezzo circa di altezza, e difficilmente trasportabile) a catalogare la mostra nell’elenco delle “imperdibili”. La tela segna l’apice del suo cosiddetto periodo “drip” (dripping- gocciolamento 1947- 1950), battezzata 27 semplicemente perché era la ventisettesima pittura a realizzare quell’anno .

L’anno è il 1950.  Lo studio di Jackson Pollock è inondato dal jazz, la sua musica preferita, rimandata da un piccolo fonografo. L’artista si muove rapidamente intorno a una grande tela stesa sul pavimento. E mentre si muove, come danzando, intinge il pennello in un barattolo di vernice nera e lascia che il colore goccioli sulla bianca superficie creando filamenti, schizzi, pozze. Ripete il gesto ancora e ancora fissando intensamente la tela. Di tanto in tanto, lascia che la vernice sgoccioli da un bastone invece che dal pennello, altre volte riversa direttamente il contenuto del barattolo sulla tela. Poi passa ad altri barattoli e ad altre vernici. Alla fine sulla tela rimarranno impressi sei colori: bianco, nero, giallo, verde oliva, grigio e rosa pallido. Lui intanto continua a muoversi energicamente intorno ai quattro lati della grande opera, la sigaretta che ha tra le labbra si consuma, e non si ferma fino a che non vede ciò che vuole vedere, fino a quando sente che il dipinto è finito. Non c’è alcuna sciatteria in quelle mosse reiterate. Per accorgersene basta seguire con lo sguardo il percorso di un singolo colore, e si scorgerà quanto di deliberato ci sia in quella costruzione apparentemente casuale, in quei percorsi cromatici che attraversano la superfice sino quasi a colmarla completamente (pochissime le aree dove si può vedere il colore originale della tela) . Sulla tela c’è ora quello che resta del gesto, dell’azione dell’artista che non si disperde più nello spazio ma che lascia le sue impronte sulla tela. Un’azione talvolta rapida, altre lenta, altre ancora brusca o sinuosa come ci raccontano quelle tracce di colore che finiscono per dare corpo ad un sentire profondo : “Oggi i pittori non devono andare verso l’oggetto al di fuori di se stessi. – diceva Pollock –  I pittori più moderni lavorano da una fonte diversa . Lavorano da dentro … Quando sono nel mio quadro, non sono a conoscenza di quello che sto facendo. E’ solo dopo che arriva una sorta di ‘presa di conoscenza’, momento in cui vedo sulla tela quello che sono … la pittura ha una vita propria . Io cerco di farla venire fuori “.

Sul percorso della mostra torneremo prossimamente. (a.d)

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