Massimo Bray e la Cultura del progetto, tempo permettendo

Intervistato da Sky TG 24, il ministro per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, Massimo Bray, ha spiegato le sue priorità. E spera di poter dare ampio spazio alla cultura popolare

Quando alle commissioni Cultura di Camera e Senato il neo ministro Bray aveva illustrato le linee guida del suo ministero, qualche settimana fa, era apparso chiaro che un progetto tanto ambizioso (qui per approfondire) e che mirava a rivedere gran parte dell’attuale sistema di gestione dei beni culturali richiedesse tempo, ben di più dei 18 mesi “minimi” previsti da Enrico Letta al momento dell’insediamento del suo governo delle larghe intese . Con gli ultimi sviluppi politici, la spada di Damocle che il partito di Berlusconi tiene sul capo del governo lascia intravedere scenari non proprio rosei. Insomma potrebbe essere proprio il tempo il grande nemico del ministro. E lui conferma “servono almeno tre anni”.

 

Mi accorgo che la scelta di pormi ascoltando le richieste dei cittadini ha evidenziato l’esigenza di dare lavoro e trovare le risorse per mettere in piedi un progetto che non può essere di breve periodo: dev’essere un progetto di almeno tre anni per poter dare risposte concrete” – ha dichiarato Bray a Sky Tg24. “La macchina dello Stato – ha spiegato il ministro – va rivista nei suoi punti più deboli: il gap che si è creato sul bisogno di formazione del personale e il bisogno di innovare nelle procedure, nella formazione alle tecnologie. Se si potesse intervenire su questi due fattori il ministero ne trarrebbe gran giovamento“.

Un lavoro ancora più radicale andrebbe poi svolto sulla percezione della gente, quell’orribile frase di tremontiana memoria “con la cultura non si mangia”, in questi tempi di crisi totale potrebbe trovare ampia condivisione nella pancia del Paese, e storia recente insegna che c’è sempre dietro l’angolo qualche populista pronto a cavalcare gli umori più deleteri.

La cultura “spaventa – ha osservato Bray – perchè vista come qualcosa che appartiene ad un linguaggio difficile e lontano dalle persone, ma io ho puntato tutto per far capire che il Paese ha bisogno di cultura. Questo è una grande sfida che si vuole vincere in tutti i modi“. L’Italia, ha ribadito, è un Paese conosciuto “in tutto il mondo per le bellezze del territorio, e ancora oggi ce lo riconoscono. Il turismo deve essere un turismo consapevole che ha la percezione chiara di voler far conoscere un patrimonio che è diffuso in tutto il territorio“. Non solo, dunque grandi musei e città d’arte ma “i mille piccoli borghi in cui ci sono ricchezze che nessuno conosce, dobbiamo preservarli e farli conoscere nella loro bellezza e grandezza“.

Il ministro, già Presidente della Fondazione “La Notte della Taranta” ha riservato l’ultima osservazione alla cultura popolare, e con particolare riferimento all’evento che ogni anno porta in Puglia migliaia di persone, ha affermato: “La cultura popolare è una grande tradizione del nostro paese. La Taranta riesce a trascinarci e ad unirci, e mostra anche un modello economico. Per ogni euro investito ne tornano indietro dieci. Il mio sogno? Creare una Biennale della Cultura Popolare nel nostro paese. La Puglia ha dimostrato che si può fare
cultura unitamente al turismo“. (a.d)

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