La Grande Bellezza e la magnifica condanna

Così il cinema trasforma il linguaggio delle persone, ma riuscirà a cambiarne, un po’, le abitudini di pensiero?

Con l’Oscar a La Grande Bellezza e solo qualche settimana fa, con la scelta di Fabio Fazio di dipanare il festival di Sanremo lungo il filo rosso della bellezza, mai in Italia s’era tanto parlato (e scritto) di quella cosa che, per dirla con Dostoevskij salverà il mondo, ma citando lo stesso autore russo, resta un enigma  … Non cerchiamo definizioni, constatiamo piuttosto come Grande Bellezza sia diventata già topos, slogan, modo di dire e comoda sintesi giornalistica per indicare, più che il bello, il brutto della politica e della società, e soprattutto utile a  stigmatizzare la magnifica condanna di questo Paese, dove la grande bellezza è tanto grande quanto ingovernabile. Perché quando si tratta di gestione e tutela del patrimonio, non possiamo godere di modelli validi, non possiamo dire in Germania fanno così, in Inghilterra colà, non possiamo appigliarci all’esempio americano né a quello francese, spagnolo, cinese…Non ci sono riferimenti, nessun paese può essere paragonato per la ricchezza e la varietà del suo patrimonio storico-artistico all’Italia. Affermazione, questa, che siamo pronti a sbandierare fieramente, al bisogno. Meno propensi siamo ad ammettere che questo è un Paese prigioniero della sua unicità, e a patto di non voler cedere la sovranità nazionale sul Colosseo, su Venezia o su tutta l’Etruria, dobbiamo arrangiarci da soli, aiuti permettendo. Già, perché degli aiuti, allo stato attuale, non possiamo proprio fare a meno. Come quello promesso dal Commissario Ue per la politica regionale, Johannes Hahn che ha assicurato nuovi fondi europei a disposizione per interventi su Pompei (al di là dei 105 milioni del Grande Progetto Pompei). Citiamo l’Ansa: “Ogni crollo per me è una sconfitta enorme. Chiedo con forza alle autorità italiane di prendersi cura di Pompei perché è un sito emblematico non solo per l’Europa ma per il mondo“. “Hahn può avere la certezza che lo Stato italiano si sta prendendo cura di Pompei sia per l’emergenza che per la prospettiva. Sono certo che saranno il tempo ed i fatti a dimostrare che ce l’avremo fatta”, dice Dario Franceschini dopo il vertice su Pompei. E così sia.

Essere obbligati a prenderci cura di Pompei, in quanto eredi di una tradizione d’immensa bellezza è qualcosa che dovrebbe riempirci d’orgoglio. Qualcosa da accudire con la stessa passione che potremmo mettere nella casa di famiglia. Paradossalmente, questa grande bellezza è un problema. E mentre la politica ci spiega con termini logori, ma sostanzialmente con ragione, come sia invece il “petrolio dell’Italia” (paragone orribile che lascia immaginare la torre di Pisa trasformata in una “torre d’estrazione”), proviamo a rilanciare la questione in altri termini. Come i fringuelli delle Galapagos, siamo come siamo perché i luoghi hanno delineato il nostro corredo cromosomico, ovvero la grande bellezza è nei nostri geni e il più delle volte, purtroppo, a nostra insaputa. Il problema è che l’abbiamo ereditata, non ne siamo artefici, non c’è costata nulla, non siamo consapevoli che la nostra identità di nazione sta là, in quelle pietre offese dal degrado, e quindi non ce ne sentiamo responsabili. Ma oggi più che mai siamo chiamati ad esserne degni, per la nostra stessa dignità. E siccome la fantasia fa parte, a quanto dicono, dello stesso patrimonio genetico, non è necessario indicare le benemerite associazioni cui ci si potrebbe tesserare, l’ente di volontariato cui far riferimento, la biblioteca da frequentare, l’iniziativa cui aderire, il piccolo e dimenticato museo da accudire ecc. ecc. ecc perché sono migliaia le piccole Pompei che chiedono l’attenzione di tutti.  (a.d)

 

 

 

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