Il Punk entra al museo

Punk: Caos a Couture. La mostra di primavera del Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York indaga sulle influenze del Punk sulle griffe… imperdibile, dal 9 maggio al 14 agosto

Dici Punk e pensi all’ultima ondata di ribellione giovanile che la storia ricordi. Ribellione anarchica, che oggi è già storia. Meglio i Sex Pistols o i Clash? Votiamo per Strummer e soci (parere personale, ovviamente), ma qui non è di musica che si tratta ma d’immaginario. E se il Punk entra dopo 35 anni nel prestigioso museo newyorchese, vuol dire che quella bufera di ribellismo non fu “aria fritta”, insomma, non fu moda, non solo, conteneva il tentativo di far nascere un nuovo linguaggio. “La firma Punk porta una miscelazione di riferimenti alimentata da sviluppi artistici come Dada e postmodernismo“, afferma Thomas P. Campbell, direttore e amministratore delegato di The Metropolitan Museum of Art “, quindi ha senso presentare questa mostra in un museo “.

Fin dalle sue origini, il punk ha avuto un’influenza incendiaria sulla moda“, spiega Andrew Bolton, curatore del Costume Institute e della stessa mostra. “Anche se la democrazia punk si erge in opposizione all’autocrazia della moda, gli stilisti continuano a cercare nel vocabolario estetico punk per catturare la sua ribellione giovanile e la sua forza aggressiva.”

A comporre il percorso circa cento disegni, e una lunga serie di abiti originali di metà degli anni ‘70 cui si contrappongono modelli recenti di haute couture e prêt-à-porter che hanno preso a prestito i simboli visivi punk. Paillettes sostituite con spille da balia, piume con lame di rasoio, perle con borchie. Uno stile anti-establishment che, paradossalmente, entra da protagonista nei circuiti della moda che conta, e non ne è ancora uscito. Presentata come un percorso multimediale e un’esperienza multisensoriale, l’esposizione sarà animata da video musicali d’epoca e da audio soundscaping.

E per ogni galleria un mito del Punk: a partire dal mitico CBGB di New York, il locale che vide nascere Blondie, Richard Hell, The Ramones, Patti Smith. E poi una galleria ispirata da Malcolm McClaren e Vivienne Westwood e alla loro boutique – rieccoci nel mito –  Seditionaries, al 430 di King Road, Londra. Ma il Punk fu tanto “fai da te”, ed ecco allora volteggiare il fantasma di Sid Vicious nelle quattro gallerie finali che raccontano dell’uso nella “couture” di borchie, chiodi, catene, lucchetti, cerniere, spille di sicurezza, lamette da barba.  Moda dall’impatto etico che comprende l’uso di materiali riciclati contro la cultura del consumo, e moda di provocazione e di scontro verso una società a brandelli, come gli abiti strappati e tagliuzzati di Johnny Rotten, vero e proprio “decostruzionismo”.

A tenere il filo della storia, una lunga serie di creazioni dei bei nomi della moda, eccoli: Miguel Adrover, Thom Browne, Christopher Bailey (Burberry), Hussein Chalayan, Francisco Costa (Calvin Klein), Christophe Decarnin (Balmain), Ann Demeulemeester, Dior, Domenico Dolce e Stefano Gabbana (Dolce e Gabbana), John Galliano, Nicolas Ghesquière (Balenciaga), Katharine Hamnett, Viktor Horsting e Rolf Snoeren (Viktor & Rolf), Christopher Kane, Rei Kawakubo (Comme des Garçons), Karl Lagerfeld (Chanel), Helmut Lang, Martin Margiela, Malcolm McLaren, Alexander McQueen, Franco Moschino e Rossella Jardini (Moschino), Kate e Laura Mulleavy (Rodarte), Miuccia Prada, Gareth Pugh, Zandra Rhodes, Hedi Slimane (Saint Laurent), Stephen Sprouse, Jun Takahashi (Undercover), Joseph Thimister, Riccardo Tisci ( Givenchy), Gianni Versace, Junya Watanabe, Yohji Yamamoto, e Vivienne Westwood.


Per celebrare l’apertura della mostra, il 6 maggio al Met si terrà un gala benefico, tra i testimonial: Beyoncé (presidente onorario), Rooney Mara, Riccardo Tisci e Anna Wintour.
www.metmuseum.org (a.d)

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