Il museo di Bagdad rinasce dalle macerie della guerra

Il museo nazionale dell’Iraq riaprirà presto al pubblico. Un segnale fondamentale per il martoriato Paese mediorientale, e per il mondo

Tra l’8 e il 12 aprile del 2003 una folla di disperati irrompe nel Museo di Bagdad. Il saccheggio che ne segue è spaventoso: almeno 15mila manufatti degli albori della civiltà vengono saccheggiati; millenni di storia scompaiono per finire nelle ricche case dei collezionisti di Svizzera, USA, Germania, Giappone, diversi pezzi vengono messi in vendita anche su e-Bay. Le polizie internazionali ne recupereranno con gli anni 9mila sia in Iraq sia all’estero. Pezzi Sumeri, Assiri, Babilonesi ceduti al miglior offerente, altri distrutti, altri irrimediabilmente danneggiati e recuperati grazie al lavoro dei restauratori. Sono loro a rappresentare l’altra faccia dell’Occidente, quello che non bombarda e che non sfrutta le sciagure altrui. Come gli uomini e le donne dell’Istituto superiore per la conservazione e il restauro di Roma, che esattamente un anno fa hanno restituito “come nuovo” al museo iracheno il magnifico Vaso di Warka, un capolavoro di tremila anni fa ridotto in 15 pezzi. Uno dei simboli non solo del Museo, ma del Paese. Come il volto impassibile e solenne di quella dea conosciuta come la Signora di Warka , o la Monna Lisa sumera. Era stato rubato in quei giorni di follia, fu ritrovato seppellito in un frutteto a qualche chilometro dalla capitale.

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E così, dopo tre decenni di guerra, l’Iraq vuole radicare il futuro ripartendo dal suo passato più glorioso. Creato dalla esploratrice e scrittrice britannica Gertrude Bell e aperto poco prima della sua morte nel 1926, il Museo nazionale dell’Iraq attingeva alle straordinarie  ricchezze archeologiche della Mesopotamia. Le sue collezioni erano, e restano, tra le più importanti al mondo, con reperti che risalgono a più di 5000 anni fa. Poi le pagine lunghe e dolorose delle guerre: nel 1991 la chiusura per la prima guerra del Golfo, Saddam Hussein non lo riaprirà mai. Quindi, nella quasi indifferenza delle truppe americane, che avrebbero dovuto tutelare quelle antichità, nel 2003 arrivarono i giorni del folle saccheggio.

 

È nostra intenzione potenziare l’ anima nazionale degli iracheni perché qui la storia e la civiltà dell’Iraq sono salvi“, ha detto a El Pais Qais Hussein Rashid, specialista in archeologia islamica, da un mese direttore del museo. “E ‘ un passo molto importante, anche per gli studiosi e turisti che ci visitano“.  Riaperto nel 2009 ma solo con due sale complete, per questioni di sicurezza il museo ha un accesso limitato ai visitatori stranieri e ai gruppi scolastici. La cultura islamica è da sempre molto diffidente verso l’archeologia e in generale verso tutto ciò che è arrivato prima del Profeta, e questo è un altro scoglio da affrontare in un Paese che non ha ancora ripreso la via della riappacificazione. Il nuovo direttore ha dichiarato al quotidiano spagnolo d’essere felice di poter riaprire, entro l’anno, 15 sale, ordinate cronologicamente dalla preistoria al periodo islamico. Obiettivo dichiarato: mantenere l’eredità originaria del museo, custode delle origini della civiltà: dall’invenzione della scrittura alle prime città. (g.m)

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