Giotto, inventore del 3D. Una mostra al Louvre

Giotto e compagni. Fino al 15 luglio al Museo del Louvre, Parigi. Una mostra curata da Dominique Thiébaut (dipartimento di pittura del Louvre)

Giotto (1267 – 1337 ) è lo tsunami che travolge l’Europa all’alba del Trecento. Da Firenze, dove trascorre la maggior parte della sua vita, passa a Milano, Assisi, Rimini, Padova, Roma, Napoli e forse Avignone, causando un’onda d’urto in tutta la Penisola e successivamente in tutto il continente. Dopo il suo passaggio nulla sarà più come prima e senza di lui probabilmente saremmo ancora allo stile bizantino: ieratico, ideale ma piatto e congelato. La fama di Giotto è immensa e la cerchia dei suoi compagni – collaboratori è ampia e capace. Molti di loro fermeranno nei luoghi attraversati dal maestro dando dato vita, dopo la sua partenza, a centri artistici del tutto autonomi. Come capita a Napoli, per esempio, la città nella quale Giotto è chiamato dal sovrano Roberto d’Angiò ed alla quale la mostra del Louvre dedica la sezione finale. Una mostra dalle intenzioni efficaci: evidenziare come questo genio abbia regalato all’Occidente una nuova dimensione, la terza dimensione. Impiegare seppur in maniera empirica la prospettiva per suggerire profondità e volume significa rendere le emozioni; significa modellare in modo più dettagliato i volti e i corpi dando loro luce e ombra. In breve, significa tenere conto della realtà spaziale e materiale. Dante, Petrarca, Boccaccio, più a nord i fratelli Limbourg e dopo, Leonardo da Vinci e Michelangelo gli renderanno tributo riconoscendone la grandezza. Perché il cambiamento introdotto da Giotto non è solo stilistico, ma riflette anche un diverso atteggiamento nei confronti del mondo materiale, che l’artista vuole ripristinare nella sua varietà e nella sua realtà tridimensionale.

 

Attraverso una trentina di opere – dipinti, disegni, codici miniati e sculture – provenienti per lo più da collezioni francesi, ma anche da istituzioni italiane e straniere  l’esposizione, che segue un percorso cronologico, non è solo un omaggio alla rivoluzione Giotto, ma anche un’immersione nel suo metodo di lavoro, e nell’organizzazione dello stesso, nonché del ruolo ricoperto dai suoi assistenti. Punto focale è una sequenza mirabile di dipinti di Giotto e dei suoi immediati discepoli: tre opere del Louvre (stigmatizzazione di San Francesco d’Assisi, la croce monumentale e La Crocifissione acquisita nel 1999), San Giovanni Evangelista e San Lorenzo del Museo Jacquemart-André di Chaalis, restaurati per l’occasione, e il piccolo Crocifisso del Museo di Belle Arti di Strasburgo. Appartengono alla giovinezza dell’artista due grandi pannelli, riuniti per la prima volta, dipinti sul finire del Duecento: la Madonna di San Giorgio alla Costa del Museo Diocesano di Firenze e la stigmatizzazione di San Francesco d’Assisi del Louvre, uno dei soli tre lavori firmati dal pittore la cui produzione dà sempre luogo ad appassionati dibattiti tra storici dell’arte. Con queste opere si assiste all’emergere dei principi di una nuova arte, profondamente realistica, in urto con la pittura bizantina che aveva dominato fino ad allora: grazie ad una illuminazione razionale, le figure hanno un peso reale, la presenza fisica è naturale, la profondità è convincente, la cura dei dettagli suggerisce l’attenzione del giovane Giotto per la realtà che lo circonda.
La mostra attraversa quindi la maturità dell’artista, gli anni di Padova e di Santa Croce a Firenze, nei quali si nota come la produzione di Giotto e della sua bottega sia molto diversificata (dagli affreschi alle piccole opere per la devozione privata) e per la prima volta, si riuniscono quattro dipinti forse appartenenti ad una stessa serie (il dibattito al proposito è acceso): il San Giovanni Evangelista e il Sant Lorenzo di Chaalis, la Madonna col Bambino della National Gallery of Art di Washington, il Santo Stefano del Museo Horne Firenze, una delle opere meglio conservate di Giotto.

Giotto, Crocifisso, Paris, musée du Louvre, © RMN-Grand Palais (Musée du Louvre) / Adrien Didierjean

Giotto, Crocifisso, Paris, musée du Louvre, © RMN-Grand Palais (Musée du Louvre) / Adrien Didierjean

 

LA CROCIFISSIONE  NAPOLETANA DEL LOUVRE

 

La mostra si conclude con una evocazione del soggiorno di Giotto alla corte di Napoli e delle conseguenze artistiche. Tra il 1328 e il 1332, l’artista è chiamato da re Roberto d’Angiò e della regina Sancha a decorare il convento di Santa Chiara e la residenza reale, il Castelnuovo (Maschio Angioino). La grande Crocifissione acquisita dal Louvre nel 1999 (l’immagine a lato di riferisce ad un’altra opera) avrebbe potuto essere progettata da Giotto per una prestigiosa destinazione della città, ma la sua esecuzione potrebbe essere stata affidata a un collaboratore napoletano.  Purtroppo ha subito ingenti danni e ha perso il suo fondo oro originale, sostituito da un paesaggio. Ma uno dei più bei manoscritti del Trecento, la Bibbia napoletana della BnF contiene appunto una Crocifissione su sfondo dorato che sembra riflettere la composizione iniziale e forse potrebbe essere stata dipinta dallo stesso artista dopo quindici anni. Il libro è probabilmente arrivato molto presto in Francia con molti altri oggetti napoletani in mostra, in particolare tre dipinti “d’una poesia e di un lusso straordinario” che probabilmente sono stati donati intorno al 1340 dal re Roberto, che era anche conte di Provenza, al convento delle Clarisse di Aix. L’arrivo precoce di queste opere napoletane sul suolo francese ha evidentemente aiutato a promuove la conoscenza di Giotto oltralpe. (www.louvre.fr) (a.d)

 

 

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