Domus Aurea, un recupero “difficile”

Siamo alle solite, l’inestimabile patrimonio culturale italiano necessita di cure continue ed approfondite e, di tutta risposta, assistiamo ad insanabili contrasti tra coloro che dovrebbero […]

Siamo alle solite, l’inestimabile patrimonio culturale italiano necessita di cure continue ed approfondite e, di tutta risposta, assistiamo ad insanabili contrasti tra coloro che dovrebbero fungere da “medici” qualificati che però non si decidono a trovare il rimedio per questo meraviglioso malato in lunga, lunghissima degenza.

È oramai abitudine in Italia, quando si parla di interventi ai Beni Culturali, che siano molti gli attori ad entrare in scena: archeologi, architetti, tecnici vari, ma è sempre tremendamente difficile trovare la giusta misura d’intervento tra queste parti, in un’ingiustificata contesa tra loro, dato che il fine ultimo dovrebbe essere (condizionale purtroppo d’obbligo) la tutela del patrimonio.

Non ultimo in ordine di tempo, ma estremamente significativo, data l’importanza fondamentale del monumento in questione, è il caso del restauro della Domus Aurea, la celeberrima dimora di Nerone sul Colle Oppio, auspicato e vanamente atteso da più di vent’anni.

Contrapposti, questa volta, sono la Soprintendenza speciale per la stessa Domus Aurea e il commissario Luciano Marchetti, nominato dal Governo nel 2006 per la messa in sicurezza del sito, che propone un personale progetto di risanamento, contrariamente alla Soprintendenza speciale che agisce, ben inteso, per il medesimo scopo ma con un diverso piano di lavoro.

Il nodo della questione concerne la protezione del complesso che, secondo la proposta della Soprintendenza, dovrebbe avvenire attraverso la risistemazione del manto erboso del parco del Colle Oppio (il cui peso grava pericolosamente sulle volute e gli ambienti cavi della Domus sottostante, avendo oltretutto già provocato in passato dei crolli, fortunatamente senza conseguenze tragiche), con metodologie e soluzioni vagliate da comitati tecnico-scientifici. Diverso è stato il parere del commissario, propenso a concentrare gli scavi su un’area più vasta. Risultato: tutto fermo e rimandato.

Necessario, secondo il direttore dei beni archeologici, Luigi Malnati è attendere i risultati delle sperimentazioni proposte per scegliere quella più adatta alla tipologia d’intervento, auspicando, com’è ovvio che dovrebbe essere, una stretta collaborazione tra commissario ed istituzione statale in quanto le rispettive competenze sono complementari e non contrapposte (e dire che non si tratta di un concetto particolarmente difficile da capire e, soprattutto, da mettere in pratica …).

Alla fine verrà data priorità alla soluzione che avrà un minor impatto sul monumento archeologico, ipotizzando una spesa complessiva di circa 60 milioni di euro per il restauro di quello che, a scanso d’equivoci, rimane tutt’oggi il palazzo imperiale romano in assoluto meglio conservato, e che costituisce solo una parte della famosa residenza neroniana, estesa sui colli di Roma successivamente al grande incendio che colpì l’Urbe nel 64 d.C.

E se anche si volesse discutere, comunque e ad ogni costo, se il denaro impiegato per quest’opera di restauro quantifichi veramente il valore che lo Stato attribuisce ad un pezzo unico del nostro patrimonio culturale, una cosa è certa: una volta reso fruibile dal grande pubblico esso potrà ricompensare pienamente il doveroso impegno per la sua salvaguardia. (Matteo Trucco)

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