Difensori o “talebani” del beni culturali?

Il continuo dibattito sulla situazione (tragica) dei beni culturali in Italia si risolve quasi sempre in un nulla di fatto, in quanto troppe sono le […]

Il continuo dibattito sulla situazione (tragica) dei beni culturali in Italia si risolve quasi sempre in un nulla di fatto, in quanto troppe sono le cose da fare e poche sono quelle che si fanno, vuoi per mancanza di fondi, vuoi per disorganizzazione e/o mancanza di volontà. E assistiamo sempre più arrabbiati e frustrati allo sfacelo fisico e culturale del nostro immenso patrimonio.

Di fronte ad una emergenza cronica occorre porsi in maniera critica e pragmatica. In mancanza di un’importante e decisa politica di investimenti (cosa su cui si può continuare a polemizzare all’infinito) e dovendosi per forza accontentare delle “briciole”, bisogna altresì individuare le priorità su cui intervenire: in tale ottica è triste, ma opportuno, constatare che non tutti i beni possono essere considerati allo stesso livello e nella medesima maniera.

Attenzione: non si sta parlando di screditare qualcosa a vantaggio di un’altra, ma è sufficiente il buon senso per vedere la differenza che corre tra monumenti simbolo come il Colosseo, la stessa Pompei, o sempre a Roma, il Colle Palatino e la Domus Aurea neroniana, e altre evidenze antiche, seppur sempre significative, qualunque esse siano. Sarebbe idealmente fantastico poter disporre di grandi risorse (e soprattutto di grande capacità) con cui affrontare per intero la questione di quello che è il vero “petrolio” del nostro Paese. Ma di fronte all’emergenza, bisogna intervenire sui punti più delicati e a rischio.  Non permettere che autentici musei a cielo aperto, vadano in malora, a fronte di spese (talvolta folli) destinate ad altre situazioni imparagonabili per importanza. Storico è il caso, abbastanza recente, del restauro di un teatro in un paese della Liguria costato un occhio della testa (per inciso due milioni di euro). Ma in quel caso le implicazioni politiche non erano del tutto estranee alla vicenda.

E’ sempre il caro e vecchio buon senso l’ulteriore, importantissima regola, a supporto dell’applicazione della legge: seguire letteralmente le disposizioni delle Soprintendenze, le quali ingiungono alle imprese che nei loro lavori incappano in evidenze archeologiche, di preservarle “senza limiti di tempo e di denaro” suona in maniera abbastanza stridente, soprattutto perché tale illimitatezza di tempo e denaro non viene mai applicata alle situazioni veramente urgenti.

Analogamente le prescrizioni dettate alla Metropolitana di Roma dalla Soprintendenza comportano oneri aggiuntivi di un miliardo (!) di euro, e la maggior parte delle evidenze archeologiche non verranno neppure messe alla luce, ma semplicemente individuate, documentate con tutti i crismi, e poi nuovamente sotterrate o, in taluni casi, smantellate. Cosa si potrebbe fare allora con la medesima cifra, ad esempio, nella Valle dei Templi di Agrigento?

Oltre al buon senso, serve soprattutto un nuovo equilibrio tra gli studiosi chiamati ad assicurare il rispetto filologico dei beni culturali, persone troppo spesso meravigliosamente infarcite di cultura ma non altrettanto del necessario senso pratico, e coloro che debbono materialmente gestirli.

Oggigiorno, la visite dei turisti, soprattutto stranieri, alla stragrande maggioranza dei siti archeologici italiani mettono in luce tutte le lacune di questa (dis)organizzazione: carenza di indicazioni, mala gestione, assenza di tecnologie audiovisive moderne che spieghino, illustrino ed informino.

In estrema sintesi, non è più sufficiente limitarsi a citare articoli costituzionali che ricordino ancora una volta il nostro dovere e la nostra responsabilità a difendere il Patrimonio culturale che ci appartiene. Occorre piuttosto iniziare ad agire, darsi delle priorità…e rispettarle. (Matteo Trucco)

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