Biennale di Venezia. Scoppia la pace tra arte e Chiesa?

Il Vaticano alla 55ma Biennale d’arte di Venezia, epilogo di una difficile storia tra Chiesa e arte contemporanea

Probabilmente il lieto fine non ci sarà, ma un nuovo inizio sì. Malgrado i buoni uffici del cardinal Gianfranco Ravasi nell’assicurare che il primo padiglione nazionale Vaticano a Venezia sarà finanziato interamente da privati (750mila euro), in certi ambienti cattolici – quelli ai quali anche il pauperismo di Papa Francesco suona come oltraggio alla dignità del pontificato – c’è chi è sull’orlo della crisi di nervi solo a pensare come quella “degenerazione creativa” posta sotto il nome di arte contemporanea possa convincere anche i vertici di Roma. Non

Josef Koudelka

Josef Koudelka

facciamo nomi, se volete saperne di più rivolgetevi a san Google. Nel presentare il padiglione, il presidente del Pontifico consiglio per la Cultura ha invece teso ufficialmente la mano alla contemporaneità “perché costituisce una delle espressioni più significative della cultura di questi decenni“, ha detto Ravasi, e proseguendo: “Il progetto rappresenta, dunque, non solo una straordinaria novità, ma risponde a uno degli scopi del Dicastero, ovvero instaurare e incentivare le occasioni di dialogo con un contesto sempre più ampio e diversificato“.

 

UNA STORIA CHE SI RIPETE?

 

Quando 500 anni fa Michelangelo consegnò a Giulio II la volta della cappella Sistina  i detrattori furono numerosi e agguerriti, e, forti di una miopia passata ormai alla storia, gridarono all’inguardabile. A un salto dalla Sistina, Raffaello nello stesso momento affrescava le pareti dell’appartamento privato del Papa. Ad un 34enne come Michelangelo e ad un 25enne, Raffaello, la Chiesa aveva dato la possibilità di realizzare due capolavori della storia dell’arte universale. E nell’evocazione di quella Sistina sulla cui volta Michelangelo dipinse il racconto del sacro prima di Cristo, che il commissario del Padiglione ha consegnato agli artisti di oggi il tema portante dell’esposizione: In Principio, ovvero i primi undici capitoli del Libro della Genesi, nei quali, spiega Ravasi: “S’incontrano le figure, i simboli, gli eventi capitali e permanenti dell’umanità, naturalmente letti secondo l’ermeneutica della fede”. E allora ecco la Creazione interpretata dall’installazione interattiva dei milanesi di Studio Azzurro, la De-Creazione vista in bianco e nero dal fotografo ceco Josef Koudelka e, infine la Ri-Creazione, interpretata dall’australiano Lawrence Carroll, artista capace di restituire vita ai materiali in disuso. Con questi artisti, ha chiosato il cardinale “si è stabilito un dialogo vitale, ricco ed elaborato, segno di una moderna e rinnovata committenza”.

 

Probabilmente non sarà con questa Biennale che l’arte contemporanea riuscirà a fare pace con la Chiesa, ma è un passo simbolico per una religione che di simboli vive. Il legame, d’altronde, s’è spezzato in altri tempi, quando la committenza ha cessato d’essere appannaggio della Chiesa e le istanze della laicità sono emerse in tutta la

Carrol

Carrol

loro forza assieme all’avanzare della borghesia. Il distaccarsi definitivo dell’arte dal concetto di narrazione e figurazione, agli albori del XX secolo ha fatto il resto, aprendo una voragine tra arte visiva e fede. Ma tornando a citare Ravasi, il Vaticano arriva all’appuntamento di Venezia “senza il vuoto alle spalle”. E ricorda quando nel giugno del 1973, in piena età concettuale, s’inaugurava il nuovo dipartimento dell’arte religiosa moderna dei Musei Vaticani; sotto lo stesso tetto di Michelangelo e Raffaello arrivavano le opere di Van Gogh, Morandi, Chagall, Bacon, Moore, Burri

 

Al di là di quegli artisti alla costante ricerca del sacro (vedi Bill Viola o Piero Guccione), l’arte contemporanea è ingiustamente considerata negli ambienti più conservatori – quando è considerata –  puro e semplice strumento di provocazione o di ribellione. E invece comunque si esprima a qualsiasi conclusione approdi, è ricerca di verità, come la fede. Lo sapeva bene Benedetto XVI che provò tenacemente a riallacciare un dialogo con gli artisti. Rimasto nella storia del suo pontificato l’incontro del 21 novembre 2009, nella Cappella Sistina quando il Pontefice chiamò a raccolta oltre 150 artisti tra registi, attori, musicisti, scultori, pittori, a riprendere un dialogo antico quanto travagliato. Aspettiamo di sapere cosa ne pensa Papa Francesco al proposito. (a.d)

 

 

 

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