Beni culturali: quanto vale il patrimonio italiano? Per la Corte dei Conti molto, per la Commissione Cultura zero

La storia dell’arte non s’insegnerà più in tante scuole italiane, lo ha deciso la Commissione Cultura della Camera e intanto s’è sparsa la notizia che la Corte dei Conti chiede risarcimenti miliardari alle agenzie di rating per non aver considerato la cultura nel patrimonio nazionale. I conti non tornano… ma li facciamo noi

Il valore del patrimonio storico, culturale, artistico e paesaggistico dell’Italia è indubbio e non può essere messo in discussione. A fronte di questa ricchezza emergono enormi potenzialità di Bray-nuovo_01crescita che dobbiamo saper valorizzare al meglio. Per questo ritengo fondamentale mettere l’industria culturale e turistica al centro delle nostre politiche”. Così il ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Massimo Bray, commentando la notizia dell’inchiesta contabile della Corte dei Conti che chiede di considerare il patrimonio artistico e culturale del Paese come forza economica. “Ritengo sia strategico e vitale – aggiunge – tornare a considerare la cultura, declinata in tutte le sue manifestazioni – i monumenti, il paesaggio, i musei, le biblioteche e gli archivi, la musica e lo spettacolo –  non soltanto come un bene da tutelare e valorizzare ma anche come una grande opportunità di sviluppo sociale ed economico. La scelta del governo di unire la governance dei beni culturali con il turismo è lungimirante e vincente”.

 

Molti commentatori internazionali hanno giudicato la scelta della Corte dei Conti più come una levata d’orgoglio nazionale che come azione in grado di generare introiti. Un rimborso di 234 miliardi chiesto alle agenzie internazionali di rating (a Standard & Poors per la precisone) per non aver considerato il valore della cultura italiana nelle loro (opinabili) tabelle di valutazione, è sembrato troppo. A noi sembra troppo poco. Peccato però che nel mentre la Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei deputati dica no alla reintegrazione delle materie artistiche in alcune scuole italiane (biennio del classico, del linguistico e in alcuni istituti tecnici come grafici e turismo). Il Paese, spiega, non è in grado di sostenerne la spesa. Tanto per non cedere alle contraddizioni.  Non sono bastate le 15 mila firme raccolte, tra cui quelle di molti insigni esponenti della cultura italiana, e il supporto di Massimo Bray, la Commissione ha detto no al ritorno delle cose com’erano prima della riforma Gelmini. Poco ci mancava che, memore di passate vergogne, gli illuminati membri della Commissione aggiungessero che “con la storia dell’arte non si mangia”.

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CULTURA E “VIL” DANARO

Che la Cultura sia un valore incommensurabile, è fuori dubbio, che sia l’investimento migliore per il futuro, l’unico possibile, pena la mancanza stessa di futuro, è altrettanto palese. Che sia in grado di generare uomini migliori, dunque in grado di fare il bene del mondo, anche questo è scontato, com’è del tutto evidente che un’adeguata attenzione per il patrimonio culturale possa produrre Pil. Non era bella, ma di efficacia sicura, l’espressione coniata da Tonino Guerra quando definì la cultura il petrolio dell’Italia. Ma è così. E questo petrolio va considerato.

Per rimanere in argomento riprendiamo un vecchio articolo dell’agosto del 2010 pubblicato all’indomani di  un report dell’Ufficio studi della Camera di commercio di Monza e Brianza che provava a rspondere ad una domanda difficilissima. Quanto vale il patrimonio culturale italiano? Musei, opere d’arte, chiese, monumenti, aree archeologiche quale valore economico esprimono? In altri termini, il brand cultura, capace di generare lavoro e impresa, con quali cifre si può quantificare?

Roma_Colosseo

Prima di passare ai dati, sembra superfluo sottolineare che volendo brutalmente considerare questo patrimonio solo in termini economici, occorre comunque pensare alla possibilità di una loro attenta gestione, dunque alla preparazione di persone che siano in grado di valorizzarlo e tutelarlo, ovvero di farlo fruttare. Dunque anche solo considerando l’ottica del bottegaio, la scelta della Commissione cultura appare stupida oltre che criminale.

Vista del Duomo di Milano

 

Ecco i dati:

Il valore del brand di alcuni tra i monumenti italiani più noti ò stimato in quasi 400 miliardi di euro. Un valore che non riguarda il patrimonio tangibile ma è legato all’immagine e alla visibilità del marchio.

Per esempio a Roma il brand del Colosseo vale più di 91 miliardi, quello dei Musei Vaticani 90 miliardi, mentre i 10 milioni di lire stimati da Toto’ per la Fontana di Trevi, ‘trasformati’ in ritorno di immagine, valgono oggi 78 miliardi di euro.

Se il brand del Duomo di Milano vale 82 miliardi di euro, il valore del marchio degli scavi di Pompei batte la basilica di San Marco e gli Uffizi di Firenze. Il valore del brand è stato calcolato sulla base di 10 parametri di vivacità economica, socio-culturali ed imprenditoriali, stilando un indice di valenza turistica (che prende in considerazione il valore economico del territorio, la conoscibilità del monumento, il flusso di visitatori del territorio e del monumento) e un indice di attrattività economica (che considera il numero di occupati nel turismo, l’accessibilità multimodale al territorio, il flusso e la presenza di stranieri, il valore dell’export)”.

Lontani dall’idea di voler trasformare il BelPaese in una sorta di Disneyland della cultura, la domanda successiva non può essere che una: quanta economia potrebbe generare il patrimonio cosiddetto “minore” e spesso trascurato (o in abbandono) con una gestione che fosse più attenta alle istanze tuirstiche?  E se  grandi istituzioni culturali (Uffizi, Colosseo, Pompei etc…) allo stato attuale assorbono milioni di vistatori, tanto da generare il problema opposto, quello della salvaguardia del monumento dai danni degli eccessivi flussi turistici; non si può non pensare con un certo rammarico a tutto quello che non si fa per valorizzare adeguatamente quelle decine luoghi egualmente ricchi di storia e di arte che un brand non sono ancora riusciti a costruirselo.

(a.d)

 

 

 

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