Battaglia della Cultura, Turchia all’attacco

La Turchia e il suo rapporto con l’arte, la costruzione di un museo entro il 2023 e un’apertura culturale inedita.

Da un reportage di uno dei più prestigiosi settimanali internazionali, il londinese The Economist, emerge come le autorità del governo della Turchia si siano lanciate in un’offensiva di espansione culturale senza precedenti, attraverso la costruzione di nuovi musei, la distribuzione di numerosissime licenze di scavo archeologico e l’avvio di imponenti restauri artistici.

A puro titolo d’esempio, nella capitale Ankara fervono i lavori per la costruzione di un nuovo grande museo la cui apertura è prevista per il 2023, in perfetta coincidenza con le celebrazioni per il centenario della Repubblica turca.

Ad ogni modo questo eccezionale slancio culturale della Turchia procede di pari passo con l’altrettanto inusitato e sfrontato lancio di un guanto di sfida agli altri Paesi finalizzato a riportare in patria un gran numero di tesori artistici conservati oramai da tanto tempo nei musei occidentali ma che le autorità turche considerano alla stregua di reperti trafugati.

Questa sfida gode dell’appoggio incondizionato dell’intero panorama politico del Paese, e ha messo nel mirino un gran numero di istituzioni estere. “Non stiamo combattendo una guerra – afferma il ministro della cultura Ertugrul Gunay – ma si tratta di una battaglia culturale che perseguiremo con sempre maggior impegno e determinazione”.

Al fine di raggiungere tale scopo, le autorità turche hanno assunto un atteggiamento scontroso con gli interlocutori internazionali, ad esempio negando il prestito all’estero di reperti archeologici e lesinando le autorizzazioni di scavo alle missioni straniere. Atteggiamento che ha messo in allarme molti curatori museali, al punto da sostenere che siano in atto vere e proprie campagne di ricatto da parte della Turchia.

Tuttavia la domanda fondamentale rimane una sola: riusciranno i Turchi a vincere questa battaglia culturale? Ovviamente non lo possiamo sapere ora. Quel che è certo è che i numerosi reperti e tesori archeologici della penisola anatolica che, dalla fine del XIX secolo in poi, furono scoperti e recuperati dai grandi esploratori tedeschi, britannici, francesi, americani ed italiani, mettendoli in salvo dalle distruzioni delle guerre e degli scavi clandestini nei principali musei d’Europa, potrebbero ora essere richiesti dalle autorità turche, ansiose di presentarsi alle porte dell’Unione Europea con il loro migliore biglietto da visita.

Di fronte a tali questioni, chissà come mai, la cultura smette di essere percepita come un peso di cui disfarsi, per trasformarsi in un perfetto emblema politico e sociale da sventolare ai quattro venti.

 

Matteo Trucco

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