Bacon, il cane di Koons, l’asta dei record e un paradosso

Il “trittico” di Francis Bacon battuto per 142 milioni di dollari da Christie’s. E’ l’opera d’arte più cara mai venduta a un’asta. L’incasso totale è stato di 691 milioni e solo 6 sono i lavori invenduti mentre il cane arancione di Jeff Koons, battuto per 58 milioni è l’opera d’artista vivente più costosa di sempre. L’asta dell’altra sera a New York ha bruciato tutti i record e fatto parlare il mondo

A darsi battaglia sono stati in sette, sette offerenti che hanno portato il trittico del 1969 di Francis Bacon a 142,4 milioni dollari. Lo ha bloccato alla stratosferica cifra il gallerista newyorchese William Acquavella per conto di un cliente non identificato, battendo così anche le pretese di Larry Gagosian che s’è fermato a “soli” 101 milioni di dollari. Chi sarà l’ignoto acquirente?  Un arabo? Un cinese? Un oligarca russo? La geografia del grande mercato dell’arte è ormai tripolare.
Il dipinto “Tre studi di Lucian Freud” che raffigura l’amico e rivale di Bacon su una sedia, ha superato di oltre 85 milioni dollari la stima. E polverizza il precedente record per un’opera ceduta a un’asta, quello del maggio 2012, quando il leggendario pastello di Edvard Munch “L’urlo”, fu venduto da Sotheby’s per 119,9 milioni dollari. Ovviamente i 142 milioni rappresentano anche il record per Bacon. Il precedente primato si fermava agli 86,2 milioni di dollari spesi da Roman Abramovic nel 2008 per un trittico del 1976.
Ma non è solo il record di Bacon a far clamore, tra le 69 opere in offerta sono ben 10, infatti, quelle di artisti che hanno superato i loro  primati, come Christopher Wool , Ad Reinhardt , Donald Judd e Willem de Kooning .

La scultura in acciaio di Jeff Koons che rappresenta un cane realizzato coi palloncini, “Balloon dog” è stata infatti battuta per 58,4 milioni di dollari. Mai opera d’artista vivente è arrivata a tale cifra, la stima massima alla vigilia era di 55 milioni. Si tratta uno dei cinque cagnolini, realizzati da Koons nel 1990 in cinque colori diversi. Quello arancione è stato venduto da Peter M. Brant , magnate della carta stampata che l’ha messo all’asta per finanziare la sua fondazione . Quattro collezionisti celebri possiedono le altre sculture: François Pinault ha la versione rosa. Il filantropo Eli Broad ce l’ha blu. Steven Cohen, a capo di un fondo hedge e ricco di un patrimonio di diversi miliardi di dollari, l’ha acquistato giallo, mentre quello dell’industriale greco Dakis Joannou è rosso. Ma il barboncino arancione è probabilmente il più popolare.  Brant lo acquistò nel 1990 presso la galleria londinese Anthony Doffay per meno di 1,5 milioni di dollari, anche allora era un record per le quotazioni di Koons.

Cifre da vertigine anche per un’immagine di Andy Warhol, ormai un classico della storia dell’arte contemporanea “Coca Cola 3” uno dei soli quattro dipinti con una sola bottiglia di Coca-Cola, che l’artista ha realizzato tra il 1961 e il 1962 è stato venduto a 57,2 milioni di dollari. Un Rothko del ’57 ha toccato i 46 milioni e “Apocalypse Now “, un dipinto di Christopher Wool, il cui lavoro è attualmente oggetto di una grande retrospettiva al Guggenheim di New York, ha raggiunto 26,4 milioni di dollari.

 

I commenti si sprecano a proposito di quest’asta dei record della quale si può dire semplicemente una cosa, anche se può apparire paradossale, è un’asta che non fa testo tanto è fuori misura. Non fa testo per la materia prima straordinaria, e per il fatto conseguente d’essere stata destinata a quella ristrettissima cerchia di collezionisti super-ricchi. Alle condizioni attuali neppure i musei (Qatar a parte) possono permettersi certe spese, eppure i magnati di cui sopra è proprio sulle opere di livello museale che puntano. Ne hanno il diritto, si spera però che termini come condivisione pubblica (traducendo: abbiate almeno la compiacenza di prestarle ai musei, di tanto in tanto) e mecenatismo (traducendo: investite anche qualche spicciolo sui giovani) siano nel loro vocabolario. (a.d)

 

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