Archeologia. L’Afghanistan e il Buddha dormiente di Bamiyan

Zemaryalai Tarzi è l’archeologo che da sempre lavora al recupero dei Buddha della valle di Bamiyan. Negli anni ’70, quando era conservatore per le antichità dell’Afghanistan si preoccupò di lavorare alla conservazione delle due gigantesche statue millenarie rinforzandole con supporti di acciaio. Poi arrivò l’esilio in Francia, nel ’79, in seguito all’invasione sovietica, quindi la devastazione talebana e, dal 2002, il ritorno di Tarzi nell’aspra valle lungo la via della Seta alla ricerca di nuovi tesori, come il grande Buddha sdraiato che nel 2008 ha cominciato a riemergere…

Uno dei Buddha di Bamiyan, prima della distruzione

Quando nel marzo del 2001 i talebani fecero esplodere i due giganteschi manufatti, le immagini fecero il giro del mondo, la devastazione compiuta nel nome della preservazione della fede destò indignazione e orrore diventando il simbolo di una cecità fanatica la cui esistenza il mondo quasi non sospettava più. Poi l’11 settembre e l’invasione americana dell’Afghanistan, il mondo aprì gli occhi su questa realtà che aveva trascurato mentre giganti di pietra con la loro carica simbolica rimanevano in briciole sul luogo del delitto, le loro vicende sopraffatte dalle cronache di guerra.

Nel 2002 Tarzi torna nella valle di Bamiyan, sito che l’anno dopo diventa patrimonio Unesco. Siamo a 130 chilometri a ovest di Kabul, un crocevia culturale straordinario dove nei millenni si sono inseguiti greci, cinesi, persiani, indiani. Sostenuto dal governo francese l’archeologo comincia una campagna di scavi, le difficoltà sono enormi, il pericolo di furti è costante eppure quella terra baciata dalla storia continua a rilasciare tesori: frammenti di manufatti, terrecotte, pietre scolpite, dozzine di statue a ricordo di un passato più pacifico. Perché in questi tempi anche l’enorme patrimonio archeologico del Paese è in guerra, si parla d’intermediari che pagano afghani pochi centesimi al giorno per scavare reperti che vengono contrabbandati all’estero e venduti per decine di migliaia di dollari nelle capitali europee e asiatiche, la battaglia di un solo archeologo non può bastare. Nel 2008 le parti di un terzo Buddha, sdraiato, riemergono dalla terra ai piedi della rupe di Bamiyan; di lui raccontava già – mille anni fa –  un viaggiatore cinese, rappresenta l’uomo pronto per il Nirvana,  le sue dimensioni, coprono la metà di un campo di calcio, ma proprio per prevenire saccheggi Tarzi ha lasciato che la terra lo custodisse ancora, assieme a centinaia e centinaia di altri manufatti.

Qualche tempo fa Tarzi ha detto che riportare alla luce il nascosto Buddha, sarebbe un segnale di resistenza culturale del Paese e di una rinascita possibile. Ma sta scoprendo che senza un’adeguata preparazione degli afghani, a cui spetta il compito di proteggere e tutelare il loro patrimonio, la ricerca di nuovi tesori potrebbe rivelarsi un peso prima ancora che un’opportunità. Per i due Buddha distrutti (nell’immagina di testa il sito prima e dopo), intanto, il progetto di recupero prevede la ricostruzione di uno di essi, mentre un’altra nicchia rimarrebbe vuota, a raccontare di un’altra, oscura storia. (g.m.)

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