Architettura, le metamorfosi di Calatrava in mostra al Vaticano

Al Vaticano, nei monumentali spazi del Braccio di Carlo Magno: Santiago Calatrava. Le metamorfosi dello spazio, dal 5 dicembre 2013 fino al 20 febbraio 2014. L’esposizione, promossa dai Musei Vaticani e dal Pontificio Consiglio della Cultura è curata da Micol Forti (Curatore della Collezione d’Arte Contemporanea dei Musei Vaticani)

Il sessantunenne valenziano Santiago Calatrava ha realizzato ponti, infrastrutture, centri congressuali ed espositivi in tutto il mondo, ha studi a Valencia, Zurigo e New York. In Italia ha firmato il quarto ponte sul Canal Grande, a Venezia (contestato e applaudito allo stesso modo) e progettato la Città dello Sport di Tor Vergata (2006), a Roma, e ancora la stazione TGV all’aeroporto di Satolas, Lione (1989-94), il complesso olimpico di Atene (2001-04), il teatro dell’Opera di Valencia (2006) e la Chiesa greco-ortodossa di St. Nicholas a New York, progettata per Ground Zero. Ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti internazionali, tra cui la medaglia d’oro dall’American Institute of Architects. Insomma, il ritratto di quello che si dice un archistar.

Architetto, ingegnere, artista, Calatrava porta materiali come cemento, vetro e acciaio oltre i limiti del normale, e se le sue architetture sono fatte (anche) per stupire, cosa che del resto gli provoca critiche e fan nella stessa misura, la mostra evidenzia come il senso della metamorfosi, quella trasformazione spaziale di forme prese dalla natura che volgono verso visioni architettoniche, sia la sua costante.

140 le opere in mostra: modelli architettonici, studi preparatori, dipinti ad acquerello (nati da una vena creativa del tutto autonoma dalla genesi dei progetti stessi) e poi sculture d’ogni formato e di materiali diversi. Ecco allora il grande modello architettonico della Chiesa di St. Nicholas a New York affiancata agli acquerelli che riprendono i mosaici e le cupole di Santa Sofia a Istanbul, lo schiudersi di una camelia, l’arco disegnato dal peso di una foglia di palma, il volto di Cristo, che è modello ideale per la chiesa.
La torsione delle vele per il progetto del Palasport di Tor Vergata, è invece accostata a tre dipinti di figure accovacciate: una tensione dinamica quasi inespressa, contenuta, nello studio sul bilanciamento tra le forze.
La verticalità delle Torri di Malmö o di Chicago si rispecchia nell’equilibrio instabile delle sculture ad esse abbinate mentre l’Opera House di Tenerife viene accostata una riflessione sul volto umano che trova compiutezza nelle rotondità delle sculture in marmo ed alabastro.
I petali di un fiore come espressione di movimento, così le maglie che compongono due colonne tortili in bronzo; le sfumature cromatiche dei Moving Painting; la cadenza di vuoti nel Ponte di Buenos Aires. “È un movimento visionario, e non per questo meno vero – spiegano i curatori – nell’intreccio delle corna dei tori ammassati, nei rami secchi di un bosco senza luce o nei corpi, che con i loro gesti compongono spazi, fisici, psicologici e spirituali”. Un racconto complessivo, quello dell’architetto spagnolo, che stupisce perché sa guardare con stupore alla natura e tutto allora – sembra un paradosso – ci appare più semplice e lo stupore si trasforma in ammirazione. http://mv.vatican.va (a.d)

 

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