Vieni via con me. L’eccellenza televisiva … e qualche riflessione

Vieni via con me di Fabio Fazio e Roberto Saviano è l’evento televisivo della stagione: l’hanno seguito 7 milioni 623 mila telespettatori con il 25,48% […]

Vieni via con me di Fabio Fazio e Roberto Saviano è l’evento televisivo della stagione: l’hanno seguito 7 milioni 623 mila telespettatori con il 25,48% di share. Ma non è stato soltanto un evento televisivo, è stato uno specchio del nostro Paese e dei suoi bisogni.

Innanzitutto è un programma che prima ancora di iniziare aveva già una Storia: “Si fa? Non si fa? Il direttore generale Masi lo vuole bloccare? Il direttore generale non vuole Roberto Saviano? Gli ospiti – Roberto Benigni e il maestro Abbado – hanno cachet troppo alti. Il programma è troppo costoso. No. No che no lo è. Gli artisti vanno pagati ecc. ecc.”. Pagine e pagine scritte su questo, con i giornali filo governativi a schierarsi contro, come la chiamano loro, “la spocchia” dei ricchi di sinistra. Roberto Saviano ha fatto la sua apparizione ad Annozero (tre settimane fa) dove ha raccontato la nascita di questo progetto, il desiderio di farlo, ma anche la possibilità di non esserci qualora la sua presenza fosse risultata mal voluta. Nel frattempo il direttore Masi faceva le sue apparizioni a Porta a Porta e a L’Ultima Parola per l’altro e ancor più spinoso caso del “vaffanbicchiere” di Santoro. Insomma molto rumore per nulla.

Ma eccoci, finalmente e con un sospiro di sollievo, alla prima di Vieni via con me.

La costruzione scenica è un piccolo capolavoro: lo studio si fa scrigno, un Luogo  che è racconto del Racconto. Essenziale e caldo, quel Luogo descritto così bene dal regista (sempre più bravo e mai scontato) Duccio Forzano si popola delle voci dell’Italia.

Roberto Saviano irrompe con il suo monologo, toccante e violento, nel ripercorre il Giovanni Falcone prima della sua morte. Saviano è televisivamente bello. Anzi no, bellissimo. Lui“arriva” come si dice in gergo. I suoi occhi, profondi e sempre un po’ timidi ma che guardano oltre e attraverso la telecamera, raccontano tanto quanto le sue parole. L’altra sera tradivano molta emozione. A tratti troppa. Soprattutto quando si è trovato a dover dividere lo spazio scenico con altri (e se tra gli altri parliamo di Roberto Benigni – gli anni passano anche per lui, ma resta un’assoluta eccellenza- è anche comprensibile).

Saviano porta in scena il “suo format”, un format stravincente: Saviano è credibile. Saviano piace. Il pubblico gli attribuisce autorevolezza e credibilità. Il pubblico si divora i suoi racconti, lo ascolta rapito che parli di mafia, che parli del governo, che parli di democrazia o che parli di Unità nazionale e della storia d’Italia.

Ma non c’è una debolezza in questo? Roberto Saviano viene investito – e lui non se ne dispiace – di un ruolo profetico che non gli appartiene. Non gli dovrebbe appartenere. E’ meraviglioso, è intenso ed è completamente nelle sua parte quando parla di mafia, del Suo Sud, della realtà che tanto ha conosciuto e approfondito. Ma perché Roberto Saviano deve diventare il narratore della storia nazionale? Perché deve diventare esperto, conoscitore e divulgatore di ogni spaccato del nostro tessuto sociale? Perché? Forse perché non lo fa nessun altro? E’ un motivo sufficiente?

Cosa significa avere un impatto così forte sulla platea televisiva? Cosa ci dice? Forse ci dice che questo Paese ha un bisogno di Ascolto, di Bellezza, di Racconto e di una voce che crede “altra”. E Roberto Saviano colma questo vuoto. Questo silenzio urlante.

Il pubblico, specchio del Paese, ha bisogno anche però di buoni e di cattivi. In Vieni via con me non c’è dubbio che li trovi: i buoni, sempre più buoni, si ritrovano in uno spazio intellettualmente e esteticamente altissimo, a tratti fin troppo gongolanti della loro bravura. Invece i cattivi, oggetto del Racconto dei buoni, sono sempre più cattivi.

Ai buoni in assoluto voi ci credete? (Erika Brenna)

La performance di Roberto Benigni

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