“Vieni via con me”, evento mediatico chiude con l’ennesimo botto d’ascolti. L’analisi

(Erika Brenna)  –  Fabio Fazio e Roberto Saviano salutano la prima serata del lunedì di Raitre: da quattro settimane “Vieni via con me” ha incollato […]

(Erika Brenna)  –  Fabio Fazio e Roberto Saviano salutano la prima serata del lunedì di Raitre: da quattro settimane “Vieni via con me” ha incollato gli italiani davanti alla tv– anche quelli che normalmente la televisione generalista non la frequentano- arrivando a toccare i dieci milioni di telespettatori in alcuni momenti e ribadendo la schiacciante leadership -assolutamente anomala per Raitre- tra le sette reti generaliste. Questi i numeri del programma nell’arco delle quattro puntate:

-Prima puntata -8 novembre-: 7.623.000 telespettatori, share 25,48%

-Seconda puntata -15 novembre-: 9.032.000 telespettatori, share 30,20%



-Terza puntata -22 novembre-: 9.671.000 telespettatori, share 31,60%



-Quarta puntata -29 novembre-: 8.669.000 telespettatori, share 29,17%.


I numeri, mai come questa volta sono indicativi, di un fenomeno che non è soltanto televisivo, ma che è sociale, culturale, e quindi mediatico nel senso più ampio del termine.
Innanzitutto Vieni Via Con me è un programma scritto, e scritto un gran bene: lo firmano con Fazio e Saviano, Michele Serra, Marco Posani, Pietro Galeotti e Francesco Piccolo (gli stessi che realizzano Che tempo che fa). Ogni singolo passaggio del programma è concepito in funzione dell’altro: teatro, musica, teatro civile, messa in scena si fondono in uno spettacolo che fa del “sospirato” il suo linguaggio. Il concetto, che sembrava forse perduto nella tv salottiera e dicotomica, del buon gusto e del parlare senza urlare e senza parlarsi sopra, è riemerso in tutta la sua potenza.
I tempi sono tempi teatrali, i colori, la scenografia, i movimenti delle camere studiate da Duccio Forzano esaltano la performance del protagonista sul palco: che sia Roberto Benigni, che sia il narratore Saviano, che sia la presidente di Emergency, la figlia di Walter Tobagi, Dario Fo o Susanna, operatrice Rai, fiera di leggere l’elenco delle cose per cui è bello lavorare in Rai: la regia è lì, pronta a rendere tutti loro protagonisti. Ognuno portavoce di una voce, importante a prescindere.

E’ una televisione, anzi no, era un programma, che nella sua prima puntata non mi aveva convinta: l’avevo trovato decisamente bello esteticamente ma troppo “buono”, il classico “luogo per i buoni in assoluto”. Poi, proprio televisivamente è accaduto qualcosa: oltre ad essere cresciuta la scrittura, si è affermato un principio che sembrava completamente dimenticato: la televisione si può fare senza un contraddittorio. Quando si racconta una storia, non solo si può, ma si deve avere la possibilità di raccontare la propria storia senza contrapporre, nello stesso contesto una storia che racconti esattamente il contrario. E’ un modo per non trattare il telespettatore come un bambino, ma come un essere pensante, capace di ascoltare e anche di non essere d’accordo.
Queste quattro puntate di Vieni via con me sono state un evento della cui portata forse ci dimenticheremo a breve, o forse saranno la traccia per cui davvero fare un po’ in modo diverso questa televisione. Mi diverte salutare Vieni via con me con un elenco, facendo quindi “uso improprio” di un elemento di scrittura determinante del programma.

Vieni via con me resterà perché ha insegnato che la televisione di qualità si può e si deve fare ancora.


Vieni via con me non resterà perché ha mostrato che il pubblico, se stimolato, può guardare una tv diversa.


Vieni via con me resterà perché ha generato interrogativi, perplessità e un dibattito sano.


Vieni via con me non resterà perché sarà mangiato dal dibattito pretestuoso, politico, conflittuale.


Vieni via con me resterà perché ha raccontato un Paese che ha desiderio di Bellezza.


Vieni via con me non resterà perché la Bellezza fa paura.


Comunque andrà Vieni via con me è stato l’evento televisivo degli ultimi dieci anni: mai un programma è stato così rappresentativo di un periodo storico e sociale. Periodo in cui ci si è forse stancati “della guerra tra guelfi e ghibellini”, dove si ha sete di Sapere e dove si ha voglia di aprire gli occhi. Anche fosse stato solo per quattro settimane.

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