Stef Burns League: parte a febbraio il tour di “Roots & Wings”

Intervista esclusiva a Stef Burns per parlare del suo nuovo disco, “Roots & Wings”, e del lunghissimo tour italiano che inizierà il prossimo 6 febbraio

Qualche giorno fa abbiamo avuto il privilegio di poter scambiare quattro chiacchiere con Stef Burns in merito suo nuovo disco, “Roots & Wings”, in esclusiva per Daring to Do.

Stef si è dimostrato estremamente cordiale e disponibile: ci ha parlato del lato più personale della sua arte e l’ha fatto con passione, mostrando ancora una volta che il rock non è solo musica, ma è anche e soprattutto una filosofia di vita, un fuoco che scorre nelle vene. Alla fine dell’intervista ci è dispiaciuto doverlo salutare, ma siamo certi che in futuro avremo ancora occasione di parlare con lui.


SS: Ciao Stef, benvenuto su Daring to Do! Innanzitutto ti ringraziamo per averci dato l’opportunità di realizzare questa intervista, siamo contenti di averti qui con noi.


Stef: It’s my pleasure, anch’io sono contentissimo di essere qui!


SS: Bene Stef, direi di iniziare a parlare subito del tuo nuovo disco “Roots & Wings”, uscito proprio in questi giorni. Il titolo è molto evocativo: da un lato abbiamo le radici, che sembrano simboleggiare l’attaccamento alla terra, al suo passato così come al suo presente; dall’altro le ali, che rappresentano invece uno slancio ideale verso il futuro. Tu cosa ci puoi dire a riguardo? Qual è il messaggio racchiuso nel titolo del tuo nuovo album?


Stef: È una frase che mi disse mio padre, uno dei più grandi idoli che io abbia mai avuto. In quel momento stavo parlando con lui di una cosa molto personale. Per poter crescere ed essere veramente liberi, per vivere bene, è necessario gettare le giuste basi: questo è un insegnamento che porto sempre nel mio cuore. Crescendo ho imparato che questo messaggio è valido per molti aspetti della vita, e si applica bene anche alla musica: io dico sempre che per fare buona musica bisogna volgere lo sguardo a quello che è stato fatto prima, confrontarsi con altri stili, perchè è un’esperienza che ha molto da insegnare. Poi trovi il tuo suono, inizi a fare quello che vuoi davvero e lo fai a modo tuo, con il tuo stile. Questo approccio funziona alla perfezione, secondo me. Tornando al disco, è un lavoro che ha radici nel cantato e nella musica degli anni ’60 e ’70, dai quali attinge lo stile e gli elementi fondamentali.


SS: Beh, davvero interessante! Da appassionato di musica sono contento di sentirti parlare così, e non vedo l’ora di ascoltare il tuo nuovo disco. Un’altra domanda: rispetto al tuo lavoro precedente, ovvero “World, Universe, Infinity”, com’è cambiata la tua musica? Cosa c’è di nuovo?


Stef: Rispetto a “World, Universe, Infinity” il nuovo disco è più cantato. Nel mio precedente lavoro c’era una canzone, “Begin”, grazie alla quale ho trovato una mia “voce” per scrivere e cantare canzoni che non si limitano semplicemente alla parte strumentale. Le tracce strumentali continuano a piacermi molto, sia chiaro, e ce ne sono un paio anche in “Roots & Wings”, ma ho voluto scrivere canzoni nello spirito di un autentico gruppo Rock, classiche, cercando di aggiungere qualcosa in più per creare dei pezzi molto personali, in grado di contraddistinguerci.


SS: Il primo brano estratto da “Roots & Wings” è “What doesn’t kill us”, che all’uscita è stato accompagnato da un bellissimo video che vede come protagonista anche Maddalena, tua moglie. Sappiamo che per te questa canzone ha un significato particolare ed è un invito a vivere attivamente la vita, prendendo consapevolezza dei propri errori. Puoi dirci qualcosa in più a riguardo? Com’è nato il pezzo? Quali sono state le influenze a livello musicale? Ascoltandolo mi è sembrato di intuire una certa vicinanza con il rock alternativo degli anni ’90. Penso ai Foo Fighters di Dave Grohl, per esempio.


Stef: Io amo la musica degli anni ’90, così come quella degli anni ’60, ’70 e ’80. Devo dire però che il rock degli anni ’80 mi piace solo in parte: troppa elettronica e troppi effetti sulle chitarre. Preferisco gli anni ’90 perchè c’è stato un ritorno al vecchio stile, con chitarre pure: un approccio più genuino rispetto a quello degli anni ’80 e nel contempo assolutamente moderno, anche grazie al Grunge. Il brano “What doesn’t kill us” è nato con un riff, io suonavo e il batterista mi accompagnava. Di solito scrivo proprio così: faccio un riff, metto insieme la musica, magari canto solo una melodia o una frase; dopo porto tutto a casa e inizio a lavorare sul pezzo. La più grande ispirazione per i testi è la musica che compongo: le parole cominciano a formarsi spontaneamente durante l’ascolto.


SS: Parliamo ora del tuo prossimo tour italiano, in programma per febbraio, che attraverserà tutta la penisola facendo tappa in numerose città importanti. La scelta di inserire così tante date testimonia il tuo forte attaccamento nei confronti nostro paese ed è una fortuna per tutti i numerosi fan che seguono con interesse la tua musica. Dicci, com’è nata l’idea del tour? È stato difficile da organizzare?


Stef: Siamo molto felici di suonare in Italia e abbiamo cercato di organizzare il tour in modo da coprire tutta la penisola, da nord a sud. Dopo le date italiane il tour farà tappa anche in Europa, in particolare a Londra. Personalmente spero di riuscire a tornare in Italia anche ad aprile. Il tour italiano non è stato semplice da organizzare: Alberto, il mio manager, è stato bravissimo nello scegliere le tappe per darci la possibilità di viaggiare in linea retta e risparmiare così molto tempo. Grazie a lui abbiamo potuto programmare un numero maggiore di concerti e questo ci consentirà di raggiungere quasi tutta la penisola. L’idea del tour è nata così, in modo spontaneo: ho parlato con Alberto e gli ho detto <<“Ok, il disco uscirà a fine gennaio, quindi andiamo!”>>, e lui è stato geniale nell’organizzare tutto alla perfezione.


SS: Quì in Italia il tuo nome è conosciuto soprattutto per il tuo lungo e proficuo sodalizio con Vasco, che perdura ormai da molti anni. Il rapporto di amicizia e collaborazione professionale con Vasco come ha influito sulla tua musica, sul tuo stile, sul contenuto dei tuoi testi?


Stef: La cosa più importante che ho assimilato lavorando con Vasco è stata la sua autenticità, la sua genuinità: quando lui scrive i suoi pezzi ho visto che è proprio lui, è vero, è dentro la canzone, non interpreta un personaggio. È come se dicesse: non vorrei mai fare una cosa finta, io scrivo la musica che mi piace e la suono nel modo che mi piace, e spero che la gente sia disposta a intraprendere questo viaggio con me e il mio gruppo apprezzandoci così come siamo. Io sono rimasto stupefatto quando ho visto che sul palco lui è sempre e comunque dentro il pezzo, anche dopo tanti anni: quando canta “Vita spericolata” lui in quel momento è lì, proprio dentro la canzone. Non è una cosa facile: io ho visto tanti artisti che ogni notte dicono “Ok, facciamo questa canzone perchè il pubblico la conosce”. Vasco invece no, è sempre dentro al pezzo, e una delle cose più importanti che ho imparato da lui è di non fare le cose a metà, ma mettere tutto me stesso nelle canzoni che interpreto sul palco, per “andare sempre al massimo”.


SS: Ascolta Stef, ancora un paio di domande. Parliamo della tua chitarra: ogni musicista ha un rapporto speciale con il proprio strumento e sappiamo che tu sei fedele alla tua Fender Stratocaster. Puoi raccontarci qualcosa su di lei? La vedremo nel tou prossimo tour in Italia?


Stef: Ai tempi in cui suonavo con Alice Cooper la Fender mi chiese se volessi una chitarra tutta per me. Io accettai, ma dissi “Ok, però vorrei una chitarra che possa vivere con me, una chitarra con la quale poter cantare. Io voglio cantare con la chitarra e deve essere comoda”. Allora abbiamo parlato a lungo e alla fine quella Stratocaster è diventata la mia chitarra preferita: è un modello classico con il manico ridisegnato per adattarsi meglio alla mia mano, nuovi pick up e numerose altre personalizzazioni studiate per adattare lo strumento al mio sound. Con questa chitarra posso scegliere se produrre un suono molto potente oppure uno più levigato, come facevano anche Jimi Hendrix e Jeff Beck, due dei miei idoli. Quand’ero piccolo è proprio dalle loro Stratocaster che ho sentito fare qualcosa che non era mai stato fatto prima.


SS: Bene, eccoci arrivati all’ultima domanda. Cosa ne pensi dell’attuale panorama musicale italiano? Tu hai una lunga esperienza nel mondo della musica e, se così si può dire, sei uno della vecchia scuola, uno che si è fatto da solo. Cosa ne pensi dei talent show musicali sul modello di X-Factor? Solo apparenza e niente sostanza? Quali effetti negativi potrebbero avere sugli artisti emergenti che vi partecipano?


Stef: Premetto che la qualità della musica e degli artisti Italiani è molto alta. Ho conosciuto tanti bravi musicisti nel vostro paese ma molti di loro, così come accade anche in America, a volte producono lavori studiati soprattutto per vendere. Io so benissimo che la musica è anche un business, ma non mi piace sentire milioni di volte gli stessi quattro accordi. Sia in Italia che in America ci sono tantissime radio che trasmettono sempre gli stessi pezzi, perchè sono come le caramelle per i bambini: li scarti, li mangi e poi li butti via. Io preferisco le canzoni un po’ più impegnative, con dei contenuti, ma non voglio sembrare esagerato: mi piace moltissimo anche la musica pop, soprattutto quella che non ha sapore di “già sentito”. Non dico che sia migliore in assoluto, dico che questi sono i miei gusti. Penso per esempio agli XTC: li conosci?


SS: Eccome se li conosco! “The Meeting Place” è una delle mie canzoni preferite.


Stef: Bravo! Loro sono un esempio della musica pop che mi piace, hanno scritto tante bellissime canzoni. Riprendendo il discorso, per me il problema più grande della musica italiana è dato dal periodo di crisi che stiamo vivendo. Ci sono tanti giovani, magari bravissimi, che mettono su un gruppo e vorrebbero suonare live per farsi conoscere, ma i club non hanno soldi per pagare, oppure stanno chiudendo. Questo è molto triste. I nuovi emergenti sono costretti ad affidarsi alla televisione, partecipando a reality show come X-Factor. Ho visto che spesso i giudici del programma fanno critiche costruttive e danno buni consigli, però i giovani dovrebbero prendere questi consigli e lavorare duramente per suonare buona musica al di fuori del mezzo televisivo, magari sfruttando canali di condivisione come YouTube. Però è una cosa molto difficile da fare, tanto in Italia quanto in America.


SS: Bene Stef, grazie per questa bella chiacchierata! Prima di congedarci, vorremmo chiederti di fare un saluto al pubblico di Daring to Do. Che consiglio daresti a tutti i nostri giovani lettori che si stanno dedicando allo studio della chitarra?


Stef: Io dico che se la musica è la vostra passione, prima di tutto dovete continuare: trovate un posto dove provare e creare i vostri pezzi, uno qualsiasi, e portate avanti i vostri sogni. Oppure suonate e componete con il vostro gruppo: a me piace moltissimo collaborare e creare un sound insieme a tutti i componenti della band. Insistete e soprattutto suonate live, anche se non è facile (come ho detto prima): questo vi aiuterà a migliorare attraverso le critiche e i consigli della gente. Piano piano diventerete sempre più bravi e magari, chissà, un giorno sarete famosi come i Beatles o i Rolling Stones.


SS: Molto bene Stef, è stato un piacere conoscerti! Ci rivedremo il 7 di febbraio a Milano, in occasione del tuo concerto al Legend Club.


Stef: È stato un piacere anche per me! Un saluto a voi e a tutti i lettori di Daring to Do.



Intervista a cura di Stefano Severico



Per vedere il video ufficiale del singolo “What doesn’t kill us”, cliccate qui.


Per dare un’occhiata alla programmazione completa del tour della Stef Burns League, invece, cliccate qui.

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