Recensione – Metal Gear Solid 4: Guns Of The Patriots

Il nuovo capitolo della saga nata nel 1998 delude e si impantana in un gioco troppo denso di cut scene a cui manca realmente una parte dove agire

Il nuovo capitolo della saga di Metal Gear Solid, Guns of the patriots, segna il ritorno del mitico Solid Snake ma molti fans potrebbero rimanere scottati. Grafica strabiliante, storia accattivante ma qualcosa non va e la creazione di Kojima si incarta su se stessa. E’ ora per il brand di fare qualche cambiamento massiccio?

Un assaggio di trama. Il gioco riparte poco dopo il finale di MGS 2, siamo nel 2014, e il mondo è sotto il controllo del sistema informatico chiamato Sons of the Patriots (simile allo Skynet di Terminator). L’America, dopo gli incidenti di Big Shell culminati nel cuore di Wall Street, ha deciso di fare affidamento per la propria difesa non più sulle proprie truppe ma su dei veri e propri gruppi militari di mercenari i cui militari hanno al loro interno delle nanomacchine che gestiscono le loro emozioni e la loro morale. In breve tutte le nazioni adottano questi squadroni della morte imperturbabili tanto da compromettere l’ordine mondiale e la normalità del quotidiano. In questo clima ritroviamo Snake, invecchiato rapidamente dall’ultima volta che l’avevamo visto, in Medio Oriente alla caccia di Revolver Ocelot sempre più sotto il giogo di Liquid Snake, il cui spirito è rimasto nel braccio trapiantato. Durante questa caccia reincontrerà tanti amici del suo passato.

Erano anni che si parlava di un film di Metal Gear Solid ed erano anni che Hideo Kojima confermava questa voce. Fino ad oggi nulla è stato fatto ma Metal Gear Solid 4 è la cosa più vicina possibile, e non è per forza un complimento, anzi. Le mole di cut scene, sempre molto apprezzate nei capitoli precedenti perchè ben dirette e importantissime per la trama, qui prendono decisamente il sopravvento arrivando con il loro peso, a schiacciare l’intero videogioco. Ore e ore senza poter fare nulla, decine di minuti ininterrotti in cui ci si può anche dimenticare del controller. L’accoppiata Kojima-Konami realizza un grande film ma si dimentica di averlo venduto e creato come un videogioco.

Non che quando si gioca le cose migliorino. La grafica ha raggiunto livelli strabilianti confermando il trend che vuole ogni MSG tra i migliori a sfruttare la consolle del momento, ma oltre all’occhio appagato, ci saremmo aspettati qualcosa di più. La giocabilità è sempre la solita ma ormai sembra aver perso grinta a confronto con i suoi rivali di oggi e risulta perciò fin troppo semplificata. I boss che man mano incontriamo non hanno lo stesso carisma di leggende come il primissimo Ocelot, Vulcan Raven o il cecchino The End del terzo capitolo.

In definitiva è certamente un capitolo scorrevole, che si lascia guardare ma da cui era legittimo aspettarsi molto di più. I momenti reali di gioco e quindi intrattenimento sono limitati e troppo spezzettati. Il livello di difficoltà è ridotto al minimo. Sembra che Kojima non abbia solamente voluto creare un film-gioco ma abbia voluto avvicinare il più possibile anche tutti quei videogiocatori inesperti, non rendendosi conto che l’asticella del giocatore medio si è elevata moltissimo negli ultimi anni. Non ci rimane che sperare quindi nel prossimo capitolo, Metal Gear Solid: Ground Zeroes, disponibile per tutte le consolle a partire dal 20 marzo. (l.f.)

 

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