Quello che (non) ho, buona la prima

Quello che (non) ho ha debuttato ed oggi, dopo lunga attesa, è finalmente il giorno dei commenti perché, come tanti giocatori di Tressette sanno bene […]

Quello che (non) ho ha debuttato ed oggi, dopo lunga attesa, è finalmente il giorno dei commenti perché, come tanti giocatori di Tressette sanno bene sono i commenti la parte migliore, anche se non giochi o se, nello specifico, non vedi il programma. In attesa di conoscere i risultati d’ascolto, e mai come in questo caso il termine “ascolto” è appropriato, spazio alle analisi, alle critiche di parte, alle osservazioni e alle stroncature,  intelligenti ovviamente, e quindi faticosissime.

Tutto come previsto, intanto. I cacciatori delle novità ad ogni costo avranno molto da ridire sulla struttura del programma palesemente simile a Vieni via con me (dieci milioni di media l’anno scorso). Ma  non è un male, non può essere un male chiamare a raccolta un po’ di eccellenze e consentire loro di parlare. E le parole, si sa, sono sempre nuove, sempre antiche. Piuttosto sono i tempi ad essere cambiati, la realtà è cupa e il programma, che di realtà vive, riesce in ben poche occasioni a far volare pensieri che invitino al sogno. Forse non c’è più niente da sognare? Anche la Littizzetto nel suo ruolo di jolly fatica a far spuntare il sorriso, Fabio Fazio prova di tanto in tanto a stemperare, ma con poco successo, e la satira di Paolo Rossi richiama un ghigno amaro. Era inevitabile.

Roberto Saviano nel suo monologo sulla crisi, dove a lungo s’è soffermato sui suicidi degli imprenditori – e per questo è stato criticato da Il Giornale che crede di possedere l’esclusiva sul tema – è stato bravo ma non ha brillato; toccante, durissimo, il suo racconto sulla strage di Beslan. Da Erri De Luca a Ermanno Rea, da Pupi Avati a Maurizio Landini, da Gad Lerner a Marco Travaglio, da Pierfrancesco Favino, da Carlin Petrini a Massimo Gramellini al giovane camerunese che raccoglieva pomodori, le corde dell’emozione hanno trovato grande sollecitazione. Forse troppa, forse l’abbondanza è stato il limite di questa prima puntata. Perché quando le parole sono belle e messe bene assieme andrebbero decantate, e in tv questo tempo non c’è.

Ad ogni modo la liturgia – così l’ha definita Carlo Fruttero – ha restituito sacralità alla parola. Occorrerebbe che la televisione ne tenesse conto, qualsiasi siano gli indici di ascolto che alle 10.30 il dio Auditel rimanderà. E occorre che ne tenga conto la Rai – speriamo – che nel mandare la premiata coppia Fazio Saviano su La7 ha esaltato solo il suo masochismo.

Nota finale. Nell’arco dell’intera trasmissione non è mai stata citata la parola “amore”, che da trattare è in effetti difficile. La banalizzazione a cui è quotidianamente soggetta la rende materia delicatissima, meglio non rischiare, almeno nella prima puntata.

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