Massimo Giacomini. L’Europa, un pensiero che non sa crescere

Un conto alla rovescia ansiogeno, lo trovo ogni mattina sulla prima pagina del Sole 24 e inevitabilmente l’occhio ci finisce sopra, è il countdown dei giorni che mancano al vertice europeo di Bruxelles, quello che dovrebbe decidere – dovrebbe – quale sarà il futuro dell’Euro, il futuro dell’economia continentale.

E allora faccio il giro dei giornali, si sovrappongono le dichiarazioni, le sortite più o meno illuminate del professore di turno, dei profeti di sventure, l’ultima esternazione della “cancelliera”, che adesso predica l’unione politica ma … lei un “ma” ce lo mette sempre. Certo che non c’è da stare allegri, eppure oggi, che tanto si parla e si sparla d’Europa sarà il momento di tornare ai fondamentali, mettere da parte la demagogia e tornare a considerare cosa si voleva che l’Europa fosse e cosa è, o meglio, cosa non è diventata.

 

Queste sono le mie idee, le idee di un uomo che nella vita ha sempre fatto l’imprenditore, io devo confrontarmi con la realtà e col progettare, e non mi sono mai riempito la bocca con filosofie del fare perché avevo troppe cose da fare per perderci del tempo. Il punto è questo, proprio questo, anche in Europa.

Mi spiego: Unione Europea è un bel concetto da strombazzare o è una reale volontà politica ed economica ? Questa domanda è alla base di tutto, perché se è vero che il sogno di un’Europa unita è portato avanti da tutti i paesi membri, è anche vero che non hanno fatto molto per realizzarlo.

La creazione di un sistema sovranazionale richiede mezzi e persone adeguate. Ma per anni la politica ha mandato a governare l’Europa figure di secondo piano, prive di carisma e prive dei necessari poteri per svolgere un compito efficace. Motivo? Un forte potere centrale avrebbe sovrastato gli interessi nazionali. Per anni le istituzioni economiche europee sono state depotenziate e private dei mezzi necessari per esercitare scelte drastiche. Per anni, invece di snellire l’apparato politico decisionale non si è fatto altro che complicarlo e burocratizzarlo. Per anni il motto è stato “tutti dentro”, anche se molti stati non erano pronti all’incorporazione.  Tutto ciò ha portato ad un sistema inefficiente, abulico e nelle mani degli stati forti: capace di agire, molto lentamente, solo in caso di crisi. Ora il sistema Europa messo assieme col nastro adesivo è al collasso, l’asse franco tedesco si è rotto, l’America di Obama, per fini elettorali, pressa, la Cina presto si farà sentire. L’ora richiede il cambiamento, un cambiamento fattivo, le buone intenzioni non bastano più.

 

E volente o nolente la politica dovrà occuparsene. Intanto, con la pressione dell’urgenza si propongono ricette economiche fast food, come la paventata Europa a due velocità che, passatemi il termine, è una bestemmia. Cosa porterebbe? Vogliamo forse creare un enorme Mezzogiorno dove infilare i paesi di serie B (e noi ci finiremmo)? Dovremmo forse creare un Euro bis? E chi deciderà chi sta dove, e con quali parametri? Deciderà Berlino?

Non nego che l’Europa ci faccia anche incavolare, quando scopriamo – sia detto per inciso e come esempio – che per la politica scellerata spagnola gli europei debbano pagare lo stipendio dei giocatori di calcio. E allora ti viene anche da “pensare con la pancia”, dare qualche ragione ai soliti tedeschi… Ma a chi prospetta che sia la Germania ad andare fuori dall’Europa dico “sono solo parole”: i tedeschi hanno bisogno del mercato europeo e l’Europa ha bisogno della loro solidità economica. Non può esserci nessun divorzio, tutti avrebbero da perdere. E non dimentichiamoci che la Germania, quando è nato l’Euro, aveva un bilancio passivo, ora è florido. E allora qualcun altro tira fuori la ricetta valida per tutte le stagioni: Italia fuori dall’eurozona, facciamo da soli. Altra bestemmia, forse dovevamo stare più attenti quando ci entrammo. Oggi non si torna indietro, oggi che abbiamo pure fatto i “compiti a casa” che “frau Europa” ci ha chiesto. Certo, cosa abbiamo guadagnato dal consolidamento del bilancio non è proprio chiaro. Sì è una provocazione, diciamo così, il punto è però focale: Monti ha dimostrato che l’austerità giova al bilancio (ed anche al Paese) ma non dà crescita. E senza crescita non si va da nessuna parte. Mi viene in mente Churchill: “Una nazione che si tassa per diventare prospera, è come un uomo in un secchio che cerca di sollevarsi tirando il manico”.

D’accordo il debito pubblico ci pressa e il governo doveva agire con immediatezza. Peccato che manca un’omogeneità di calcolo nel debito di ogni paese, e se si usasse lo stesso metodo per tutti ci sarebbero delle sorprese. Come ha sorpreso molti lo scoprire che se e si considerasse il debito pubblico complessivo dell’Europa la situazione sarebbe molto più rosea, ovvero all’80 % del Pil (o poco più non ricordo la cifra esatta) rispetto all’oltre il 90 per cento degli USA, all’oltre il 200 per cento di Giappone e al 120 per cento dell’Italia …  bè, ecco anche perché l’Europa converrebbe.

Stati Uniti d’Europa: la soluzione ideale ma dovremmo sopprimere un’intera classe politica e dirigenziale. Facile no

Voglio concludere con qualche nota positiva, visto che da qualche tempo abbiamo imparato che in cinese crisi vuol dire anche opportunità. E ci sono una miriade di possibilità per uscire dall’impasse. Basta abbandonare vecchi stereotipi economici e avere più fantasia.

Bisogna far circolare il denaro, bisogna accrescere il potere di spesa, bisogna dare ai giovani la possibilità di sviluppare le proprie idee, bisogna infondere ottimismo. Lancio delle provocazioni, se volete chiamatele così: aumento degli stipendi di tutti i lavoratori del 30%, metà a carico delle imprese, metà con defiscalizzazione. Obbligo per le imprese di una “quota giovani” . E stampare moneta, un po’ di inflazione non ha mai fatto male a nessuno. (Massimo Giacomini)

 

 

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