Lana Del Rey, il Paradise Tour è arrivato anche a Milano

Born to Die, Video Games e tutti i successi di Lana Del Rey nel suo concerto milanese. Troppo breve per le aspettative dei fan

Ok, è bene immediatamente dire che chi sta scrivendo questo post, due anni fa – era maggio esattamente -, ha per caso scoperto on line il video di Video Games ed è letteralmente impazzita. Eccomi qui, sono io. Ed ecco qui la mia recensione sulla tappa milanese del Paradise Tour e soprattutto, ecco la mia personalissima analisi del fenomeno Lana Del Rey.

Ma torniamo a Video Games…Mi sembrava impossibile che qualcuno potesse creare una canzone così fuori dal coro e incredibilmente lenta e struggente musicalmente per essere vera. Ho deciso che avrei avuto una missione, scoprire qualsiasi cosa su la cantante Lana Del Rey e così è stato.

Il fenomeno è esploso molti mesi più tardi e ho immediatamente percepito che di Lizzy Grant – questo il vero nome di Lana -, non ci  sarebbero state più tracce e che la sua immagine da ragazza pulita e sconosciuta si sarebbe trasformata velocemente in qualcosa di diverso. Non mi sbagliavo: labbra gonfiate, zigomi gonfiati, capelli cotonati e dalle tinte svariate e unghie lunghe, lunghissime. Lana Del Rey era nata ed era finalmente entrata nell’immaginario collettivo come una moderna Betty Boop- Lolita ed è quello che di lei tutti riconoscono.

 

 

Lana Del Rey è rimasta struggente e posata – anche troppo – e le sue evoluzioni non sono state evidente da quel momento in poi, perché lei è rimasta completamente immobile e immobilizzata nel suo personaggio di Diva anni Trenta catapultato nel 2013. Anacronistica, eppure con un entourage che ha creato attorno a lei un’attenzione mediatica che nel tempo è destinata – e i fatti ci danno ragione – a scomparire.

Lana Del Rey pubblica il suo primo album di inediti Born to Die nel 2012 e a un anno di distanza arriva un’edizione dello stesso rinnovata e arricchita di pezzi: sul mercato viene lanciato Born to Die The Paradise Edition. Nulla di nuovo sul fronte occidentale. Niente Lizzy Grant – quella che ci piace di più -, ma tanto Lana Del Rey. Atmosfere anni 50 e 60 e dedizione particolare al tema americano: America come patria delle mille opportunità, America come patria del mito americano, America come cinema, America come struggenti tragedie. America e americani, America e fierezza di essere americani. Prima di tutto, però, al centro sempre l’amore che preferibilmente, è meglio se struggente.

Ecco chi è in breve Lana Del Rey ed ecco quello che ieri sera chi non era al Mediolanum Forum di Milano ha perso: un concerto troppo breve, una Lana del Rey troppo persa nel suo personaggio e una scenografia degna dei migliori imitatori di David Lynch. Un’ora e 10 di concerto dove la cantante ha riproposto – e non avrebbe potuto fare altrimenti – il suo Born To Die, un’ora e dieci di concerto che hanno ceduto il passo a ulteriori venti minuti in cui la band ha continuato ad eseguire ad libidum lo strascico di National Anthem mentre lei, la Diva, è scesa dal palco per firmare autografi e per farsi fotografare dai fortunati spettatori in prima fila. Vi starete chiedendo “e i restanti?”, beh, i restanti se ne sono andati ancor prima che la cantante salisse sul palco per il saluto finale. Sì, perché è bello trovare una star che si presta alle richieste dei fan, ma è altrettanto bello che queste non durino venti minuti rubando tempo ad altri pezzi che di fatto non ci sono stati.

 

Lana Del Rey Milano

 

Per cui le hit  non sono mancate, è vero, c’è stata Ride e c’è stata la cover di Blue Velvet, ci sono state Born To Die e c’è stata Video Games, c’è stata Blue Jeans e c’è stata Carmen, c’è stata anche Summetime Sadness e non sono mancate Body Electric, American e Cola – con cui l’artista ha aperto le danze, o forse sarebbe più corretto dire i lenti -. Insomma, i pezzi ci sono stati, peccato che non fossero tutti quelli dell’album e peccato perché, a mio modesto parere, se la tua discografia si compone soltanto di un cd, beh, per dedizione al tuo lavoro e ai fan, è giusto eseguirlo tutto. Un concerto troppo sterile e troppo poco personale e personalizzato, una Lana incapace di tenere il palco nella maniera giusta, sei violini d’accompagnamento che hanno salvato l’artista e la sua band dalla discesa agli Inferi nella quale altrimenti sarebbero incappati.

 

 

Tante moine e un concerto affatto movimentato – ma c’era da aspettarselo -, un concerto privo di anima, perché quella probabilmente Lana l’ha venduta allo showbiz, così come ha venduto il suo visto interamente coperto di trucco e il colore naturale dei suoi capelli, a cui ha preferito un nero corvino ed eccessivo. Lana Del Rey potrebbe incarnare quella che in tanti chiamano meteora, quella che attorno a sé ha costruito un’aura magica e allo stesso tempo labile e volubile. Lana Del Rey ci ha fatto capire in tutti i modi i suoi sforzi nel curare la voce dal vivo – solo io ho sentito un playback? -, i suoi virtuosismi talvolta gratuiti lo hanno dimostrato, eppure Lana Del Rey non ha convinto, non mi ha convinta almeno. Mi sarei aspettata qualcosa di più da questa tappa milanese del suo Paradise Tour (dopo aver toccato il 3 maggio al Palaolimpico di Torino, il 6 maggio al Palalottomatica di Roma), ma forse, a pensarci bene, mi sono voluta illudere.

 

 

La nota positiva della serata: Lana Del Rey ha eseguito in maniera eccellente Young & Beautiful, la canzone che scelta come colonna sonora del nuovo film di Baz Luhrmann, The Great Gatsby: ammetto di essermi emozionata e ammetto anche di aver trovato finalmente la mia canzone preferita di Lana Del Rey.

 

 

 

(b.p.)

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