Amy Winehouse un anno dopo: quando l’amore è un gioco a perdere

Un anno fa moriva Amy Winehouse. Una morte che non ha sorpreso nessuno. Una morte che però ha sconvolto il mondo. Una morte inaspettatamente scontata ma che ha comunque lasciato il segno.

Un anno fa. Il suo corpo trovato senza vita nella sua casa di Camden Square a Londra. Cocktail letale di alcol e farmaci hanno detto. Che avesse il vizio dell’alcol lo sapevamo. Che facesse uso di droghe era una notizia di dominio pubblico, del resto lo stesso singolo Rehab – tratto dal cd Black to Black – che l’ha fatta conoscere in tutta Europa e nel mondo (il suo primo Frank è tornato in auge solo dopo) parla chiaro. La riabilitazione per Amy Winehouse è stata sempre un modus vivendi, un tratto distintivo della sua carriera, della sua vita.

 

 

Un matrimonio lampo. Un divorzio voluto ma subito dopo ritrattato. Un amore mai finito e sempre cantato, interpretato, sofferto, urlato e non soffocato. Un amore per il quale la popstar ha perso la testa nel senso letterale del termine. La vita di Amy senza Blake è sprofondata inesorabilmente.

 

 

Concerti in evidente stato di ebrezza, esibizioni al limite della decenza, assunzione di droga tra una canzone e l’altra. Data di pubblicazione del terzo album fissata. RimandataCancellata. L’ultima tournèe, quella che doveva essere il rilancio, è naufragata dopo l’inaccettabile performance di Belgrado. Concerto che ha fatto il giro del mondo attraverso i video caricati dai fan della cantante stessa su YouTube, ma anche con critiche spietate dei tabloid. 27 anni e una carriera decollata e poi arenata.

 

 

Un amore che ha preso il sopravvento sulla lucidità. E ancora una volta un artista perde la vita. Chissà se anche il nome di Amy Winehouse si aggiungerà alla lista del “club 27” – ovvero quel gruppo di artisti morti per cause poco chiare proprio a 27 anni – assieme a quello di Brian Jones, Jim MorrisonKurt Cobain, Janis Joplin e Jimi Hendrix.

Per Amy l’amore è stato un gioco a perdere. E un anno fa ha perso davvero.

 

 

Dopo un anno dalla sua scomparsa è il padre a parlare, attraverso le pagine di un libro Amy – mia figlia (Edito Bompiani), dove si racconta la vita di Amy, quella lontana dai riflettori, quella da figlia oltre che da artista. Insomma, una Amy inedita che pochi hanno conosciuto, forse nessuno. Una figlia descritta con gli occhi di un padre. Amy narrata da Mitch che nell’introduzione scrive:

“Ho sentito il bisogno di scrivere questo libro. Ho sentito il bisogno di narrare la vera storia della vita di Amy. La vita troppo breve di Amy è stata una corsa sulle montagne russe; vi racconterò tutto quello che so. Oltre a essere suo padre, ero anche suo amico, confidente e consigliere. Per Amy, ero il porto nella tempesta; per me, insieme a suo fratello Alex, Amy era la luce della mia vita”

Noi Amy vogliamo ricordarla così:

 

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