Vasco, Adriano, Sanremo e la rivoluzione mancata

Vasco: “Siamo stati bocciati alla selezione di Sanremo”. Patty: “Io a Sanremo? Neppure ci avevo pensato, ho tante cose da fare”. E adesso a chi […]

Vasco: “Siamo stati bocciati alla selezione di Sanremo”. Patty: “Io a Sanremo? Neppure ci avevo pensato, ho tante cose da fare”. E adesso a chi credere? A Vasco Rossi o a Patty Pravo? E se avessero ragione entrambi?  Già perché l’importante non è la verità del fatto – sul quale non possiamo pronunciarci – ma la sua verosimiglianza e la querelle, anche nel caso in cui un Vasco in vena di scherzi avesse deciso di “spararla grossa” è verosimile. Verosimile perché un sacrosanto luogo comune vuole che le canzoni, al festival della canzone italiana, contino poco. Su una scala da uno a dieci vogliamo dire cinque? Ci sembra già generoso.

Lo show va avanti anche senza gioiellini, l’investitore pubblicitario si tranquillizza col grande nome (ma Gwyneth Paltrow ci sarà o non ci sarà?) e delle canzoni, beh quelle dopo un po’ chi se le ricorda più. Sbagliato, saranno stati pochi, ma di capolavori a Sanremo ne sono passati. E tanto per tornare all’accoppiata Vasco-Patty Pravo vogliamo evocare un brivido. E dimmi che non vuoi morire, Sanremo ’97 (premio della critica).  La canzone “scartata” (forse sì, forse no) almeno da quello che si ascolta sul Web è proprio bella, piena d’ironia e dalla sonorità straordinaria, comunque sia andata, peccato che non sia andata a Sanremo.

D’obbligo fare un po’ d’ordine. Sulla sua pagina Facebook Vasco, dopo aver bacchettato Red Ronnie per aver trasmesso in anteprima e senza permesso durante il Vasco day la canzone scritta da lui e Curreri per Patty Pravo, afferma:”[…] Non è stata nemmeno ascoltata la canzone che già la giuria aveva decretato che per quest’anno bastava Celentano – e conclude – Bé…. la canzone e la Divina… sopravviveranno“.

DAVVERO BASTA CELENTANO?

Ci siamo, quasi, domani sera con le sante benedizioni della concorrenza che ha opportunamente alzato le braccia, RaiUno ci precipiterà nella gran pompa sanremese. Obiettivo minimo, raccogliere il 50 per cento di share, non per tutte le 15 ore (se va bene) di spettacolo, sia chiaro, ma almeno durante i passaggi di Adriano Celentano, che sin qui ha detto poco, avendo forse ben poco da aggiungere alle note di un Morandi che in presentazione annunciava “Sarà il festival di Celentano”. Dopo una tale dichiarazione, considerando che anche il Molleggiato è un essere umano, meglio affidarsi ad una lunga pausa, tipo quella graziosamente concessa l’altra sera al microfono di Vincenzo Mollica per il pubblico del Tg1.

 

La storia ci dice che Celentano qualche rivoluzione a Sanremo l’ha fatta, eccome. Nel 1961, ben 51 anni fa, il Molleggiato compie al festival il suo capolavoro, una performance d’arte che squassa gli schermi d’Italia: offre le spalle al pubblico mentre attacca la strofa “amami ti voglio bene“, poi la scossa delle spalle, la rapida piroetta e, inquadrato finalmente di fronte”, l’esplosione “con 24mila baci…“. La maleducazione tutta rock approda al festival dei fiori. Passano 5 anni, è il 1966 Adriano arriva in Riviera con Il ragazzo della via Gluck, un testo fondamentale per la sua carriera, e che lo connoterà per sempre. La volta successiva di anni ne passeranno quattro, è il 1970, in un’Italia spaccata da una lotta sociale sempre più aspra, il Molleggiato in coppia con Claudia Mori canta la furba Chi non lavora non fa l’amore. Puntando sulla stanchezza della gente, Adriano sposta l’asse del conflitto tra le mura domestiche, in una guerra tra i sessi senza tempo. Con quella canzone Celentano inaugura un nuovo corso, e cresce sempre più la sua attenzione per il sociale (del ’76 Svalutation).

 

Un salto temporale, Celentano, pur non dimenticando come s’interpretano le belle canzoni diventa tra gli anni ’80 e ’90 quel “predicatore” che tutti conosciamo, e capace di calamitare le platee televisive anche standosene zitto, il “re degli ignoranti” mentre nega di fare politica solleva ad ogni uscita un nuovo dibattito politico. Autunno 2011 esce il suo ultimo album “Facciamo finta che sia vero“. L’immersione in questo tempo è totale: parla di deriva della politica nazionale, di spread e di finanza globale, di decrescita e di bellezza come salvagente dell’umanità… Ha 74 anni Adriano, e resta un grande cantante, un vero artista, così vorremmo ritrovarlo su quel palcoscenico di provincialismo che il rock (purtroppo) non è riuscito a scardinare, malgrado le sue spalle al pubblico, malgrado la Vita spericolata di Vasco… (AD)

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