Trent’anni fa The Wall. Tutta un’altra storia

Il 2009 è un anno destinato a grandi, importanti ricorrenze. 70 anni fa iniziò la Seconda Guerra Mondiale, 40 anni fa ci fu “Woodstock” e […]

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Il 2009 è un anno destinato a grandi, importanti ricorrenze. 70 anni fa iniziò la Seconda Guerra Mondiale, 40 anni fa ci fu “Woodstock” e l’uomo, annoiato dai pochi eventi forse, trovò il tempo di andare a fare un giretto sulla Luna. Vent’anni fa venne abbattuto il muro di Berlino e solo dieci anni fa, tanto per rinnovare le ricorrenti manie catastrofiche, aspettavamo quasi con una certa speranza che tutto il pianeta soccombesse alla rottura del crine di cavallo che reggeva, allora, la spada di Damocle del passaggio del millennio, con annesso “Millenium bug”, istruzione di tutte le reti di calcolatori per il passaggio di data ed altre cretinate di questo genere. Per un giornalista che si occupa di musica però, il 2009 è il 30esimo compleanno di un lavoro che dovrebbe essere in tutte le case vicino alla Bibbia, trattato con i guanti bianchi e meriterebbe forse un paio d’ore di lezione la settimana già alle medie. Parlare di questa produzione fa chi scrive parte della storia e lo investe di una forte responsabilità. Ci si potrebbe tranquillamente fare una tesi di laurea su questo album doppio. Per fare nomi e cognomi, parliamo di “Pink Floyd” e di “The Wall”. Un’opera d’arte partita come mattone unico della storia della musica mondiale e diventato poi trino, con l’uscita qualche anno dopo, nel 1982, di un film omonimo con Bob Geldof nella parte dell’intossicato e sconvolto Syd Barret e decine di scene a cartone animato entrate di diritto nell’immaginario collettivothew1 (tipo i martelli rossi e neri, metafora dei regimi totalitari, che marciano ed i bambini di “Another brick in the wall” che finiscono nel tritacarne). Poi nel 1990, a Berlino, concerto spettacolo ed evento, con partecipazione di Roger Waters per festeggiare la caduta del muro avvenuta un anno prima. Ma tutto ebbe inizio negli anni ’70. “The wall” è un concept album, nel quale più che la storia dei Pink Floyd c’è la storia di quello che era l’anima dei Pink Floyd di allora, ovvero Roger Waters. Nelle canzoni, legate a doppio filo una all’altra, si fa un metaforico viaggio dalla giovinezza dell’artista, alla sua crescita professionale al disastro dell’essere una rock star fino alla devastante decisione di erigere un muro intorno a se per gridare in faccia a tutti “state zitti, andate via” per giungere al momento della condanna finale del Giudice (che nel film ha il collo tanto somigliante a dei testcoli) che condanna il protagonista all’abbattimento del muro ed alla socializzazione. Non bastano le parole per descrivere l’opera di “The Wall”, perchè da troppo tempo, purtroppo, non siamo più abituati a degli album così forti e così pieni di senso e significati. The Wall, non  a caso un doppio, perchè non era possibile stringere in un solo LP così tanti concetti, raccoglie canzoni da tanti criticate come “non dei Pink Floyd”, perchè povere di tastiere capaci di evocare le atmosfere di “If” ed “Interstellar overdrive”, ma ricche di orchestre e fiati che tanto hanno dato al prodotto finale. La produzione ha inizio con “In the flesh?”, per poi arrivare rapidamente alla prima parte di “Another brick in the wall” che richiama la fallimentare operazione degli alleati ad Anzio, alla quale partecipò anche il padre di Waters, lasciandoci la vita. 2505355226_f50aa5ed25Daì, la visione della devastante esperienza scolastica, con la seconda parte di “Another brick in the wall”, quella più famosa, ed il legame con la madre in “Mother”. Il primo disco si chiude con un crudo e drammatico addio al mondo, con “Goodbye Cruel World”, mentre il secondo si apre con un tentativo di tirare alla realtà il protagonista, con pezzi come “Hey you” e “Is there anybody out there”, una malinconico richiamo a chi fosse in quel momento al di la del muro costruito nella mente dell’artista. Poco prima, un drammatico ricordo alla guerra che strappò il padre di Waters agli affetti dei famigliari, con “Bring the boys back home”, seguita da “Confortably Numb”. Il doppio si chiude con  “Outside the wall”, e con il definitivo abbattimento delle divisioni  costruite per evitare rapporti con la società civile e la consapevolezza di quanto perso. Una metafora di quanto imposto dal regime comunista alla Berlino post bellica. (Davide Rabaioli)

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