Fabrizio “Faber” de Andrè – scompariva quindici anni fa il poeta genovese

Ricorre oggi il quindicesimo anniversario della morte del poeta genovese

Ad oggi sono passati ormai ben 15 anni dalla scomparsa di Fabrizio “Faber” de Andrè, stroncato da un carcinoma polmonare all’età di 58 anni l’11 gennaio 1999, circa un mese prima del suo cinquantanovesimo compleanno.

La poetica di de Andrè, così visionaria, filosofica, evocativa, lo ha spesso fatto accostare al ruolo del cantastorie, ed è rimasta come ispirazione centrale nella produzione artistica poetica e musicale di tutti i suoi successori e contemporanei.

De andrè con la seconda moglie Dori Ghezzi

De andrè con la seconda moglie Dori Ghezzi

Faber con la sua produzione ricchissima di materiale di svariate forme (ben 13 album in studio di altissimo valore poetico più innumerevoli partecipazioni, raccolte, e versi scritti), ha lasciato un’opera determinante per una profondissima influenza culturale nella storia del novecento italiano (e non), venendo però, come spesso accade nella storia, inizialmente accusato dai perbenismi borghesi (da cui lui stesso proveniva) per la profonda critica sociale che trapelava dai suoi versi e per la solidarietà e vicinanza alle condizioni umane di degrado come la prosituzione, la tossicodipendenza e il suicidio, vedi celeberrimi brani quali “Bocca di Rosa“, contenuta nel suo primo lavoro discografico “Volume 1” del 1967 o “Il cantico dei drogati” e la “Ballata degli impiccati “, contenute in “Tutti morimmo a stento“, suo secondo album uscito il 21 novembre 1968 .

Questa mala accettazione da parte della classe dirigente è stata ben evidente specialmente nel primo periodo fino alla prima metà degli anni ’70 quando lavori come “La buona novella” (1970) che argomentavano i Vangeli apocrifi, o “Storia di un impiegato” (1973) che ancora aveva il sapore dello spirito rivoluzionario e drastico delle rivolte sessantottine erano ancora considerati scomodi, solo dopo con la maturità venne riconosciuto quasi universalmente per il suo merito artistico e culturale.

La stessa Fernanda Pivano, sua grande amica che lo aiutò nella stesura di “Non al denaro, non all’amore nè al cielo” (disco del 1971 che si rifà alle poesie di Edgar Lee Masters in “Antologia di Spoon River“, di cui la Pivano fu la traduttrice dell’edizione italiana), presentò così il cantautore durante le assegnazioni del Premio Tenco: “Io non so esprimere la felicità, la gioia, l’orgoglio che provo nel tenere tra le mani questo riconoscimento a Fabrizio de Andre, che considero il più grande poeta in assoluto degli ultimi cinquant’anni italiani [...] Mi pare che sempre di più sarebbe necessario che invece di dire che Fabrizio è il Bob Dylan italiano si dicesse che Bob Dylanè il Fabrizio americano!“.

Copertina di "Creuza de Mà"

Copertina di “Creuza de Mà”

Nella sua produzione Faber ha inoltre sempre guardato di buon occhio al cosmopolitismo sonoro con l’utilizzo di strumenti etnici (soprattutto mediterranei e medievali) che hanno caratterizzato la sua produzione strumentale dagli anni ’80 in poi; ciò è anche dovuto al profondo legame con la propria terra, Genova e la Liguria, che l’ha sempre portato a ricercare i suoni tipici e a utilizzare spesso il dialetto indigeno nei suoi brani: celeberrimo è il disco interamente cantato in dialetto Genovese “Cruèza de Mà” pubblicato nel marzo del 1984, il quale ha saputo diffondere questa sfumatura in tutto il mondo (il disco è stato infatti uno dei più fortunati del cantautore, riscuotendo vendite in tutto il mondo).

La sua scomparsa è stata coronata due giorni dopo, il 13 gennaio ’99, nella Basilica di Santa Maria Assunta in Carignano a Genova da un funerale che ha visto più di diecimila persone partecipare per omaggiare il poeta; a riguardo l’amico d’infanzia Paolo Villaggio ha detto, con il senso dell’umorismo che sempre aveva accompagnato la loro amicizia: « Io ho avuto per la prima volta il sospetto che quel funerale, di quel tipo, con quell’emozione, con quella partecipazione di tutti non l’avrei mai avuto e a lui l’avrei detto. Gli avrei detto: «Guarda che ho avuto invidia, per la prima volta, di un funerale!». »

Faber

Faber

Un’artista, un cantautore, un poeta, un grande Uomo, uno spirito delicato e nobile, che si è rivelato fondamentale nel divenire culturale, poetico e musicale italiano e non; un artista che ha saputo esprimersi a fondo, fino a farsi amare dai tanti che hanno avuto la fortuna di incontrare le sue composizioni nella propria vita, apprezzate in ogni tempo, tramandate da generazione in generazione, rendendolo immortale.

 

<< – Fabrizio, guardando al tuo passato, come ticonsideri, più cantautore o più poeta [...] ?

- A questa domanda ti devo rispondere come tante altre volte ho risposto… Benedetto Croce diceva che fino all’età dei diciotto anni tutti scrivono poesie, dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i Poeti e i Cretini… Quindi io precauzionalmente preferirei definirmi un cantautore. >>

Da un’intervista del 1988 a Fabrizio de Andrè

 

Fabrizio De André in concerto, Roma Teatro Brancaccio (1998)

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